La nomina-lampo di Iacolino e quel vecchio refrain della mafia che torna a Palazzo d’Orleans

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La poltrona del direttore generale del Policlinico di Messina, quella sulla quale Salvatore Iacolino si era seduto solo sette giorni fa, non ha fatto nemmeno in tempo a scaldarsi. Un avvio di mandato fulmineo, il suo, interrotto dalle perquisizioni della Procura di Palermo e da un’indagine che lo vede ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Una vicenda, questa, che riporta alla luce uno spaccato di Sicilia che si credeva, forse ingenuamente, sepolto sotto le macerie delle vecchie inchieste, e che invece riemerge con la forza di un refrain antico, riproponendo l’interrogativo inquietante su quanto Cosa nostra sia ancora in grado di tessere le sue trame nella ragnatela della burocrazia regionale. Non si tratta, come chiariscono gli atti dei magistrati, di un episodio isolato, ma di un sistema di relazioni e favori che avrebbe visto il manager — forte di una carriera ventennale tra politica e sanità, e forte delle sue conoscenze maturate al dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute — mettersi a totale disposizione degli interessi economici del boss di Favara, Carmelo Vetro, già condannato per mafia.

L’accusa, nelle sue linee essenzziali, delinea un rapporto di contiguità operativa piuttosto che di semplice frequentazione. Iacolino, secondo quanto ricostruito dalla Dda guidata da Maurizio de Lucia, non si sarebbe limitato a un atteggiamento compiacente, ma avrebbe attivamente speso la propria influenza per sostenere le aspirazioni imprenditoriali del boss e del suo uomo di fiducia, l’imprenditore Giovanni Aveni. Un canale preferenziale, il suo, che si sarebbe aperto su più fronti: dalla fornitura di informazioni riservate su gare e procedure amministrative, alla vera e propria creazione di contatti con figure apicali dell’amministrazione. Tra queste, negli atti compaiono i nomi del manager dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, del capo della Protezione civile Salvatore Cocina e persino della vicepresidente della commissione Antimafia siciliana, Bernardette Grasso, la quale — per quanto emerge — sarebbe stata avvicinata da Iacolino per caldeggiare raccomandazioni richieste dal clan.

Il ruolo del dirigente e la fitta rete di affari nel settore degli appalti

Mentre l’attenzione si concentra sulla figura di Iacolino, l’inchiesta della Procura mette in luce un meccanismo ben più vasto e strutturato, che ha già portato in carcere un altro funzionario regionale, Giancarlo Teresi, dirigente del dipartimento Infrastrutture e Mobilità. Per anni, come ipotizzano i magistrati, Teresi avrebbe di fatto asservito la sua funzione pubblica agli interessi del boss Vetro, in cambio di tangenti. Un rapporto corruttivo finalizzato a pilotare appalti pubblici in settori nevralgici come la bonifica dei fondali, il dragaggio dei porti e la gestione dei rifiuti. Lavori, quelli per i porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini, che sarebbero stati sistematicamente indirizzati verso la Ansa Ambiente srl, società riconducibile al boss, permettendogli di aggirare le interdittive antimafia che, sulla carta, avrebbero dovuto ostacolarlo. In questa fitta rete di interessi, emerge la figura di Giovanni Filardo, cugino del defunto boss Matteo Messina Denaro, immortalato dagli inquirenti mentre si trova fisicamente in un cantiere pubblico insieme a Vetro: un’immagine plastica, questa, della capacità di infiltrazione di Cosa nostra nel cuore pulsante dell’economia legale, un luogo da cui, per legge, avrebbero dovuto essere perentoriamente esclusi.

Le reazioni dell’opposizione e il nodo politico per il governo Schifani

La notizia, rimbalzata nelle stanze dell’Ars, ha immediatamente innescato una reazione veemente da parte del centrosinistra, che legge in questa ennesima inchiesta la conferma del proprio teorema sull’azione dell’esecutivo guidato da Renato Schifani. L’opposizione, ritrovando una certa unità d’intenti, parla di una sanità ormai allo sfascio, piegata a logiche affaristiche e clientelari che avrebbero come unico scopo quello di drenare risorse pubbliche a scapito del diritto alla salute dei cittadini siciliani. Il cosiddetto “campo larghissimo”, che riunisce forze come il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Italia Viva e varie altre realtà, ha annunciato una conferenza stampa congiunta per chiedere a gran voce un gesto di rottura: l’azzeramento dell’intera giunta regionale, ritenuta non più in grado di governare un fenomeno che appare radicato e pervasivo.

Il nodo, per il governo regionale, diventa quindi duplice: da un lato, la necessità di difendere l’operato della magistratura senza cadere in facili generalizzazioni; dall’altro, l’urgenza di fornire risposte concrete a un elettorato che vede riaffiorare, come da un immutabile macchina del tempo, gli stessi fantasmi di vent’anni fa. La sensazione, palpabile nelle cronache di questi giorni, è che la questione morale, in Sicilia, non abbia mai smesso di essere al centro del dibattito politico e civile, riaprendo ferite che si credevano rimarginate e che invece continuano a sanguinare sotto la cenere. Resta ora da vedere quali saranno gli sviluppi giudiziari e se l’inchiesta riuscirà a far luce su ogni singolo ramo di questa complessa e articolata ragnatela.

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