Mafia e sanità in Sicilia, un trojan nel telefono di Iacolino registrò incontri e “trattative”
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Redazione Interno
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C’era un trojan nel telefonino, ora sequestrato, di Salvatore Iacolino, il manager della sanità favarese di 63 anni che la Regione aveva nominato direttore generale del Policlinico di Messina appena una settimana fa – nomina che gli è valsa una immediata sospensione – e che si è ritrovato travolto, assieme ad altri, da una complessa inchiesta della Procura di Palermo. Le accuse, per lui, sono quelle di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata, reati che i magistrati contestano sulla base di un fitto reticolo di rapporti con un uomo d’onore del suo stesso paese, Favara, quel Carmelo Vetro, già condannato in via definitiva per mafia, che negli uffici pubblici entrava e agiva come un imprenditore qualunque. Non era, quella del boss, una semplice visita di cortesia: dagli atti dell’indagine emergerebbe una consuetudine consolidata, con Vetro che si presentava all’assessorato regionale alla Salute di piazza Ziino, a Palermo, per incontrare Iacolino, talvolta accompagnato da un imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, tale Giovanni Aveni, che lui stesso sponsorizzava. Il business, dopo i rifiuti, era diventato la sanità e, in particolare, le società di servizi. E le microspie, piazzate dagli investigatori nel cellulare dell’ex europarlamentare del Pdl, hanno immortalato dialoghi e trattative, restituendo la dimensione operativa di un’alleanza che la Procura – guidata da Maurizio de Lucia – non esita a definire di “totale disposizione” del manager agli interessi del capomafia.
La regia occulta del boss negli affari e l’aiuto dai piani alti della burocrazia
L’inchiesta, che ha portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi e dello stesso Carmelo Vetro, dipinge un sistema consolidato di scambio di favori che dalla materia dei rifiuti – settore nel quale la An.Sa Ambiente srl, gestita di fatto dal boss, operava – si estendeva fino alla sanità privata, con la Arcobaleno srl di Aveni che puntava all’accreditamento istituzionale. Iacolino, forte del suo ruolo di dirigente generale del dipartimento per la Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute, avrebbe spalancato le porte dei palazzi che contano al suo compare, organizzando incontri con funzionari di primo piano: tra questi, la vicepresidente della Commissione Antimafia dell’Ars, Bernadette Grasso, e il capo della Protezione civile regionale, Salvatore Cocina. In cambio di questi favori – che includevano anche pressioni sui vertici dell’Asp di Messina per sbloccare pratiche segnalate da Vetro – Iacolino avrebbe ricevuto, stando alle carte dei pm, sostegno finanziario per le sue campagne elettorali e promesse di assunzioni per persone a lui vicine. Una circolarità di interessi, quella emersa, che ha portato la polizia a perquisire le abitazioni del manager, dove sono stati trovati e sequestrati 88 mila euro in contanti, una somma di cui Iacolino dovrà ora spiegare la provenienza nel corso dell’interrogatorio fissato per venerdì.
Le tangenti nel cassetto e i porti ripuliti su misura per le ditte del boss
Un capitolo a sé, all’interno della medesima inchiesta coordinata dal pm Gianluca De Leo, riguarda la figura di Giancarlo Teresi, dirigente del dipartimento Infrastrutture della Regione, finito in carcere con l’accusa di aver intascato tangenti in cambio di appalti pilotati. Le indagini, condotte anche con l’ausilio di microspie ambientali piazzate proprio nell’ufficio di Teresi, hanno immortalato il passaggio di una busta contenente denaro, infilata frettolosamente in una cartellina dal funzionario. Quei soldi sarebbero stati il corrispettivo per avere sistematicamente favorito la An.Sa Ambiente di Vetro in una serie di lavori pubblici – bonifiche, dragaggi e ripascimenti costieri – per i porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini. Attraverso questi accordi corruttivi, Teresi avrebbe consentito al boss di aggirare le misure di prevenzione che gli derivavano dalla condanna definitiva, permettendogli di operare in un settore delicato come quello dei rifiuti e accumulare così denaro e prestigio criminale, forte anche dei suoi legami con personaggi vicini a Matteo Messina Denaro, come quel Giovanni Filardo, cugino del defunto capo dei capi. E se nessuno, in Regione, sembrava accorgersi di nulla, anzi, furono gli stessi dirigenti generali a sollecitare Teresi a rimanere in servizio oltre l’età pensionabile, come emerge da intercettazioni in cui lo invitano a chiedere una proroga fino a settant’anni, garantendogli il loro appoggio.
Caos sanità, le dimissioni del commissario all’Asp di Siracusa e la pressione politica per il nuovo corso
Mentre l’inchiesta giudiziaria svela le maglie di questo intreccio tra mafia e pubblica amministrazione, un altro tassello del complicato mosaico della sanità siciliana va in scena a Siracusa, con le dimissioni di Rosaria Serperi, commissaria dell’Asp aretusea in carica da pochi mesi. Un avvicendamento, il suo, che cade in un momento politicamente sensibile e che porta con sé il peso di una gestione commissariale che sembra non trovare pace. Ad annunciare la notizia, quasi a voler marcare il terreno, è stato Luca Cannata, deputato nazionale di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Commissione Bilancio alla Camera ed ex sindaco di Avola, che nel comunicare il passo indietro di Serperi ha fatto intendere come la partita per la successione – con il pressing per l’arrivo di un nuovo manager – sia già apertissima e destinata a incrociare gli equilibri di palazzo. Una vicenda, questa, che pur non avendo legami diretti con l’inchiesta della Dda, restituisce l’immagine di un sistema sanitario regionale in perenne fibrillazione, dove le nomine e le sostituzioni diventano terreno di confronto – e talvolta di scontro – tra i diversi attori politici, in un clima reso ancor più incandescente dagli ultimi, gravissimi sviluppi giudiziari.




