La solitudine di Iacolino: Forza Italia e Lega scaricano il manager indagato
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Redazione Interno
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L’uomo che fino a pochi mesi fa era considerato uno dei più potenti direttori generali della Regione Siciliana, quello sul cui operato, anzi, la maggioranza di governo aveva rischiato una spaccatura profonda perdendo per strada, durante la lunga e complessa negoziazione della manovra finanziaria d’autunno, pezzi consistenti della sua tenuta, oggi sembra essere rimasto completamente solo. Salvatore Iacolino, il cui nome era sinonimo di una capacità di influenza che tracimava i confini stretti del suo assessorato per penetrare nelle segreterie politiche di Palermo e Roma, si ritrova ora in una sorta di limbo partitico. I primi, e con una certa rapidità, a prendere le distanze dal manager messinese, all’indomani dell’iscrizione nel registro degli indagati con le pesanti accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata, sono stati proprio i partiti che compongono la coalizione, Forza Italia in testa seguita a ruota dalla Lega. Il presidente della Regione, Renato Schifani, che pure aveva fortemente voluto e difeso Iacolino in passato, si trova ora nella scomoda posizione di dover gestire l’imbarazzo di una nomina finita al centro di una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, e il suo silenzio, rotto solo da brevi e asettiche dichiarazioni di fiducia nella magistratura, suona come una presa di distanza formale ma inequivocabile. Nessuno, nei corridoi degli uffici di via Maggio o nei salotti della politica isolana, sembra più disposto a riconoscersi in quella figura di potente mediatore che, stando alle carte dell’inchiesta coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, avrebbe messo la sua ragnatela di relazioni – costruita negli anni da eurodeputato del Pdl e poi da dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica – al servizio degli interessi del boss di Favara, Carmelo Vetro, condannato in passato per mafia.
La strategia del silenzio e i novantamila euro tracciabili
Di fronte ai magistrati della Procura di Palermo, i sostituti Bruno Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, che coordinano gli accertamenti, Iacolino ha scelto la via del silenzio. Convocato per essere interrogato, l’ex direttore generale del Policlinico di Messina – incarico, quest’ultimo, ricevuto appena una settimana prima dello scoppio del caso – si è presentato davanti ai pm accompagnato dai suoi legali, gli avvocati Giuseppe Di Peri e Arnaldo Faro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Una decisione, quella di non offrire alcuna spiegazione, che lascia al momento senza replica il quadro accusatorio disegnato dalla Dda. L’unico spiraglio di difesa, per ora, arriva dai suoi stessi avvocati in merito a uno degli elementi più concreti emersi dalle perquisizioni: il ritrovamento, nell’abitazione del dirigente, di circa novantamila euro in contanti. Una somma consistente che, secondo i legali, non avrebbe alcuna origine illecita, essendo interamente tracciabile e riconducibile a prelievi effettuati nel tempo dai conti correnti personali di Iacolino. Prelievi, questi, che risalirebbero anche al periodo in cui l’indagato sedeva a Bruxelles come parlamentare europeo, a dimostrazione, secondo la tesi difensiva, di una prassi consolidata di gestione del risparmio personale che nulla avrebbe a che fare con i presunti favori al boss agrigentino.
Gli affari del boss e le pressioni del manager: la rete di relazioni istituzionali
Al centro dell’inchiesta della Procura di Palermo, che ha portato in carcere oltre a Vetro anche il dirigente regionale alle Infrastrutture Giancarlo Teresi, ci sono infatti le modalità con cui Iacolino avrebbe messo a disposizione del clan la sua influenza. Gli investigatori della Squadra mobile e della Dia, setacciando le carte e le intercettazioni, stanno cercando di ricostruire ogni singolo nodo di quella che definiscono una fitta trama di relazioni. Il presupposto dell’accusa è che l’ex eurodeputato, in cambio di finanziamenti per le sue campagne elettorali e di promesse di assunzioni per persone a lui vicine, avrebbe spalancato le porte degli uffici regionali al suo compaesano. Iacolino, secondo quanto ricostruito, avrebbe sistematicamente introdotto Vetro e i suoi uomini d’affari, come l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto Giovanni Aveni, a figure chiave dell’amministrazione. Tra questi, spiccano i nomi del manager dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, del capo della Protezione civile Salvatore Cocina e persino della vicepresidente della commissione regionale Antimafia, Bernadette Grasso, ascoltata dagli inquirenti come persona informata dei fatti. L’obiettivo di queste manovre, per gli inquirenti, era duplice: da un lato, favorire l’accreditamento regionale di società riconducibili alla cosca, come nel caso della riabilitativa Arcobaleno, per la quale Iacolino avrebbe esercitato pressioni perentorie su Cuccì, e dall’altro, colpire gli interessi di concorrenti scomodi, attraverso una gestione personalistica e distorta delle procedure amministrative.
Una loggia occulta tra mafia e politica: il groviglio di interessi da Palermo a Roma
Il terreno su cui si muovono i magistrati della Dda è quello, scivoloso e infido, di un groviglio di interessi che dalla provincia di Agrigento si snoda fino ai palazzi del potere regionale e, forse, nazionale. Le intercettazioni ambientali e telefoniche che hanno come protagonista il boss Carmelo Vetro, uomo capace di tessere relazioni anche in ambiti insospettabili come quello massonico, dipingono un quadro inquietante di connessioni. Gli stessi investigatori, nelle loro informative, parlano di una sorta di “associazione iniziatica segreta”, una “loggia occulta” dove esponenti di Cosa nostra e massoni si sarebbero seduti attorno allo stesso tavolo per spartirsi il controllo degli appalti pubblici. In questo contesto, la figura di Salvatore Iacolino rappresenterebbe la terza gamba, quella politica, di questo tavolo. Un elemento, questo, su cui la Procura sta concentrando i suoi sforzi, cercando di delineare i contorni esatti del rapporto tra il manager e il “padrino” suo compaesano. Non si indaga più, quindi, solo su un singolo episodio di corruzione, ma su un sistema di potere che avrebbe consentito a un boss mafioso, nonostante una condanna definitiva a nove anni, di intrattenere rapporti d’affari con la pubblica amministrazione e di orientarne le scelte, sfruttando la disponibilità di un funzionario dello Stato. Un sistema che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe visto Iacolino non solo omettere di segnalare la pericolosità sociale del suo interlocutore, ma attivarsi in prima persona per creare canali riservati con i vertici dell’amministrazione, assicurando così al clan di Favara quelle prospettive imprenditoriali altrimenti precluse.




