L’unico vincitore (per ora) della crisi in Medio Oriente è Vladimir Putin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La domanda, per quanto provocatoria, è stata posta dal premier polacco Donald Tusk su X, e riecheggia nei corridoi dei ministeri degli Esteri di mezza Europa: con il caos che si diffonde in Medio Oriente, con i prezzi del petrolio che volano e con Washington che valuta di allentare le sanzioni sul greggio di Mosca, chi è il vero vincitore? A leggere i resoconti che filtrano dagli ambienti diplomatici e militari, il sospetto che l’unico a trarre vantaggio dalla situazione sia Vladimir Putin diventa ogni ora più concreto. Il Cremlino, da par suo, sta giocando una partita complessa, fatta di pragmatismo e cinismo, cercando di vendere cara la propria neutralità o, a seconda dei punti di vista, il proprio coinvolgimento.

Secondo quanto rivelato dal Washington Post e confermato da tre funzionari americani, Mosca starebbe fornendo a Teheran informazioni di intelligence di prim’ordine, inclusa la localizzazione di navi da guerra e aerei statunitensi nel Golfo. Un funzionario, citato dal quotidiano statunitense, ha definito quello russo come uno sforzo piuttosto completo per aiutare l’Iran a colpire le forze americane. Dall’inizio delle ostilità, lo scambio di informazioni ha permesso agli iraniani di compensare la degradazione delle proprie capacità di intelligence, colpendo con maggiore precisione le postazioni nemiche. E se da un lato Volodymyr Zelensky ha denunciato la presenza di componenti russi nei droni Shahed utilizzati in Medio Oriente, sottolineando come i regimi di Mosca e Teheran uccidano in modo coordinato -4, dall’altro la risposta di Donald Trump è apparsa quantomeno ambigua.

Il presidente americano, interpellato sulla questione durante un incontro alla Casa Bianca, ha liquidato l’argomento con una battuta, definendolo un problema semplice e aggiungendo, tra le risate, che non ci sono indicazioni che ciò stia accadendo. Più netto il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che pur lanciando un avvertimento al Cremlino ha voluto ribadire un concetto: gli Stati Uniti stanno travolgendo l’Iran e anche un eventuale aiuto russo non cambierebbe l’esito del conflitto. Questa posizione, che alcuni analisti definiscono volutamente tollerante, nasconde in realtà un disegno più ampio. Trump, che ha da poco ripreso il dialogo con Putin per porre fine alla guerra in Ucraina, sembra disposto a chiudere un occhio sul sostegno militare a Teheran pur di non far saltare il tavolo negoziale che gli sta più a cuore: quello europeo.

Nel frattempo, il Tesoro americano ha fatto sapere di star valutando la revoca di alcune sanzioni sul petrolio russo, una mossa necessaria per tamponare il buco di approvvigionamento causato dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz. La decisione, che avrebbe conseguenze epocali, seguirebbe la linea già tracciata dalla deroga di trenta giorni concessa all'India per acquistare greggio da Mosca. In questo scenario, l’unico che al momento può sorridere è proprio Putin: il caos in Medio Oriente fa salire il prezzo del barile, riempie le casse del Cremlino e, paradossalmente, potrebbe riportare il suo gas e il suo petrolio sui mercati occidentali. Una rivincita che il leader del Cremlino sta costruendo con paziente pragmatismo, aspettando che siano gli altri a fare i conti con la nuova emergenza energetica e le sue devastanti ripercussioni sui bilanci dei paesi importatori.

L’intelligence e il doppio gioco di Mosca

Le rivelazioni sul sostegno dell’intelligence russa all'Iran non si limitano alla condivisione di dati satellitari. Secondo quanto riportato dall’Institute for the Study of War, Mosca potrebbe aver fornito a Teheran immagini ad alta risoluzione e informazioni cruciali per colpire le infrastrutture di comando e controllo americane. Un comportamento che stride apertamente con i tentativi del Cremlino di presentarsi come un potenziale alleato degli Stati Uniti in una fase di distensione. In realtà, Putin non ha alcuna intenzione di scegliere un campo: il suo obiettivo è alimentare il caos per uscirne come mediatore indispensabile o, quantomeno, come fornitore di energia di riserva per un’Europa in ginocchio. La richiesta di Putin a una cessazione immediata delle ostilità in Medio Oriente, peraltro, stride con la sua condotta in Ucraina, dove continua a rifiutare qualunque cessate il fuoco.

Il nodo energetico e le crepe nell’alleanza occidentale

La vera partita, però, si gioca sul terreno dell’energia. La crisi in Medio Oriente ha fatto schizzare il prezzo del greggio, e la prospettiva di una riapertura del mercato statunitense al petrolio russo rappresenta una boccata d’ossigeno inaspettata per le finanze di Mosca. La mossa del Tesoro americano, che starebbe considerando di alleggerire le restrizioni per far fronte alla carenza di greggio, ha già scatenato le ire di Varsavia. Tusk, nel suo intervento, ha messo in guardia dalle conseguenze geopolitiche di un simile voltafaccia, chiedendosi se valga la pena sacrificare la pressione su Mosca per calmierare i prezzi. Una domanda che resta sospesa, mentre Putin, dalla sua torre di controllo, osserva i suoi avversari litigare su chi dovrà pagare il conto più salato.

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