Scontro fiscale Italia-Svizzera, il Ticino blocca 50 milioni di franchi di ristorni ai comuni lombardi
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Redazione Interno
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Lo scontro tra la Lombardia e il Canton Ticino è ufficialmente aperto, e stavolta le avvisaglie e le minacce di ritorsione si sono concretizzate in un atto formale destinato ad avere pesanti conseguenze economiche per i comuni della fascia di confine. Il Consiglio di Stato del cantone svizzero, riunito a Bellinzona, ha infatti deliberato all’unanimità la sospensione cautelativa del 46% dei ristorni delle imposte alla fonte spettanti all’Italia, una decisione che di fatto congela un trasferimento di poco più di 50 milioni di franchi svizzeri, l’equivalente di circa 54 milioni di euro.
La mossa, che arriva in concomitanza con l'incontro romano tra il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e la consigliera federale Karin Keller-Sutter, rappresenta la reazione più dura finora messa in campo dal governo ticinese contro la cosiddetta "tassa sulla salute" che la Regione Lombardia intende imporre ai lavoratori frontalieri con permesso G, i cosiddetti "vecchi frontalieri". La posta in gioco è alta e la vicenda rischia di innescare un braccio di ferro diplomatico che coinvolge non solo le amministrazioni locali ma i governi di Roma e Berna.
La genesi del conflitto sulla tassa per i vecchi frontalieri
All’origine della crisi c’è una norma introdotta con la Legge Finanziaria del 2024, che ha dato il via libera alle regioni di frontiera per prelevare un contributo di compartecipazione al Servizio sanitario nazionale dai frontalieri assunti prima del 17 luglio 2023, data di entrata in vigore del nuovo accordo sulla fiscalità tra i due Paesi.
A differenza del Piemonte, che ha subito chiarito di non voler applicare il balzello, la Lombardia ha sempre confermato l'intenzione di procedere con la riscossione, annunciando per settembre l'avvio della richiesta del contributo ai circa 70mila lavoratori interessati. Un provvedimento, questo, che secondo il Ticino configurerebbe una violazione palese degli accordi internazionali vigenti.
Come spiegato dal presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali, la perizia affidata all'università di Friburgo ha stabilito che si tratta a tutti gli effetti di un’imposta, e in quanto tale risulta contraria all’accordo fiscale che vieta la doppia imposizione per i vecchi frontalieri e assegna al cantone il prelievo esclusivo delle imposte. Per gli elvetici, insomma, l’Italia con questa mossa ha rotto un patto, e la sospensione dei ristorni è la conseguenza inevitabile di un atto unilaterale che mina le basi stesse della cooperazione transfrontaliera.
Il blocco dei ristorni come misura cautelativa e la reazione politica
La decisione del governo ticinese, che prevede il versamento parziale di 58,8 milioni di franchi e il congelamento degli altri 50,2 milioni, è stata definita "cautelativa" in attesa degli ulteriori chiarimenti con la Confederazione e con la controparte italiana. Una scelta che ha scatenato immediate e dure reazioni in Italia, specialmente tra le forze di opposizione e i rappresentanti dei territori che rischiano di pagare il conto più salato.
Il presidente di ANCI Lombardia, Mauro Guerra, ha sottolineato come i ristorni rappresentino una risorsa fondamentale per i comuni di frontiera, auspicando che prevalga il dialogo e non la contrapposizione politica per tutelare gli interessi delle comunità locali.
Duro l'attacco del Partito Democratico: il senatore Alessandro Alfieri ha definito la situazione una "rappresaglia" frutto dell'ottusità dei governi di centrodestra a Roma e in Lombardia, invitando il ministro Giorgetti e il presidente Attilio Fontana a ritirare subito la tassa per evitare di mettere in ginocchio i municipi delle province di Varese e Como.
Il blocco, a questo punto, aggrava una situazione già tesa, considerando che i ristorni sono un'entrata vitale per i bilanci comunali e la loro riduzione comporterebbe inevitabili ricalcoli delle voci di spesa, con il possibile rischio di dover sospendere alcuni servizi essenziali.
Il tavolo diplomatico tra Roma e Berna
In questo clima di crescente tensione, l'incontro romano tra Karin Keller-Sutter e Giancarlo Giorgetti ha assunto un'importanza cruciale, sebbene le posizioni restino per ora distanti. Da un lato, la consigliera federale ha preso atto del gesto del Ticino, pur rammaricandosi e definendo lo stop un passo che "grava sull’accordo esistente" con l'Italia.
Dall'altro lato, il ministro Giorgetti ha stigmatizzato la decisione del governo cantonale, parlando di una violazione dell’Accordo sui frontalieri del 2020 e concordando con la collega sulla necessità urgente di trovare una soluzione per ripristinare la corretta applicazione del trattato. Keller-Sutter ha invitato le parti a proseguire il dialogo, mentre Giorgetti ha proposto l'attivazione di un tavolo istituzionale che coinvolga direttamente Lombardia e Ticino per dirimere la controversia.
La posizione di Roma, in questo contesto, è chiara: l'Italia si è detta disponibile ad approfondire altre questioni, come una possibile revisione della Convenzione sulle doppie imposizioni, ma solo a patto che venga prima ristabilito il pieno rispetto dell'accordo bilaterale in vigore. Una condizione che, allo stato attuale, appare tutt'altro che scontata, vista l'inflessibilità mostrata finora da entrambe le parti sulla natura giuridica del contributo sanitario.




