Alphabet e quegli 80 miliardi per l’Ia che hanno spiazzato Wall Street

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È bastata la nota diffusa nella tarda serata di lunedì, un comunicato asciutto e tecnico destinato agli addetti ai lavori più che al grande pubblico, per innescare una reazione a catena sui mercati che nessuno, forse nemmeno i vertici di Alphabet, aveva previsto con questa intensità. La holding, che controlla Google e una costellazione di società tecnologiche, ha messo a punto un’operazione da 80 miliardi di dollari, il più grande aumento di capitale nella sua storia e uno dei più consistenti mai realizzati nel settore tech a livello globale.

Una mossa, questa, volta a raccogliere le ingenti risorse necessarie per colmare un divario che la stessa dirigenza ha ammesso essere ormai strutturale: la domanda di strumenti legati all’intelligenza artificiale, sia da parte delle imprese che dei singoli utenti, supera di gran lunga l’offerta di potenza di calcolo attualmente disponibile. La reazione del mercato, in questo contesto, non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di un vero e proprio terremoto finanziario.

Il lunedì di fuoco di Alphabet e la mossa dei giganti di Wall Street

A pagare il conto più salato nell’immediato, paradossalmente, sono stati proprio gli azionisti della società madre di Google. Nella seduta successiva all’annuncio, martedì, le azioni Alphabet hanno subito un tracollo del 3,86%, bruciando in poche ore circa 174 miliardi di dollari di capitalizzazione. Un paradosso solo apparente, se si considera che il titolo, nei dodici mesi precedenti, aveva più che raddoppiato il proprio valore trascinato proprio dall’entusiasmo per le potenzialità dell’Ia.

L’operazione, strutturata su tre pilastri, prevede un’offerta pubblica sottoscritta da 30 miliardi di dollari (suddivisa tra azioni ordinarie e strumenti convertibili obbligatoriamente), un programma “at-the-market” (ATM) da 40 miliardi che prenderà il via nel terzo trimestre del 2026 e, a fare da garanzia quasi istituzionale, un collocamento privato da 10 miliardi riservato a Berkshire Hathaway, la holding guidata da Greg Abel dopo il passaggio di consegne da Warren Buffett.

È proprio la presenza di quest’ultima, un colosso assicurativo e finanziario noto per la sua avversione agli investimenti speculativi, a rappresentare il vero ago della bilancia: un segnale che i grandi player istituzionali considerano questa scommessa non solo necessaria, ma probabile.

La voce di Goldman Sachs e quel “territorio inesplorato” dei mercati

A fornire la chiave di lettura più lucida di queste ore convulse è stato Anthony Gutman, co-amministratore delegato di Goldman Sachs International, che in un’intervista rilasciata a CNBC ha definito l’operazione come un passaggio in un “territorio senza precedenti”. Un giudizio, il suo, che non cela una certa cautela: “Ci approcciamo tutti con umiltà e cautela – ha dichiarato il manager – e con il giusto equilibrio di attenzione”.

La sua banca, insieme a JPMorgan Chase e Morgan Stanley, agisce come joint book-running manager per le offerte sottoscritte, mentre Goldman Sachs funge anche da agente di collocamento per il posizionamento privato riservato a Berkshire. Gutman ha voluto anche ridimensionare l’allarme, sottolineando come esista una “molta domanda” per emissioni azionarie di questa portata e che, in percentuale rispetto alla capitalizzazione totale del mercato azionario, la situazione appaia “molto gestibile”.

Un’ammissione, la sua, che non cancella però il dato di fondo: Alphabet ha scelto l’azionario, con la conseguente diluizione per gli attuali soci, perché il debito, da solo, non bastava più. La società aveva già emesso oltre 50 miliardi di dollari in bond tra novembre 2025 e febbraio 2026, portando l’indebitamento totale oltre i 100 miliardi.

Un bivio industriale: perché la cassa non basta più nella corsa all'Ia

La domanda che aleggia sulle scrivanie degli analisti, in queste ore, è tanto semplice quanto inquietante: perché un’azienda che al 31 marzo vantava 126 miliardi di dollari di liquidità e titoli negoiabili ha bisogno di chiedere nuovi fondi ai mercati? La risposta va cercata nelle cifre, spaventose, dei piani di spesa per il 2026. Alphabet ha comunicato agli investitori che intende investire tra i 180 e i 190 miliardi di dollari in capital expenditure (capex) solo nell’anno in corso, una cifra destinata a crescere “in modo significativo” anche nel 2027.

A questi livelli, anche un flusso di cassa operativo annuo di 174 miliardi (quello registrato negli ultimi dodici mesi) si rivela insufficiente. La società, di fatto, ha deciso di diversificare le fonti di finanziamento per non intaccare la propria flessibilità di bilancio, un argomento, questo, che il management aveva già accennato nelle call con gli investitori.

Il mercato, però, sembra aver colto un messaggio più profondo: la transizione verso l’intelligenza artificiale sta trasformando le Big Tech, un tempo considerate macchine da soldi leggere e senza fabbriche, in colossi industriali assetati di capitale. Non più solo software, ma data center, reti elettriche, semiconduttori e sistemi di raffreddamento. Una rivoluzione, insomma, che torna a essere capital intensive.

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