Prato, maxi operazione nel carcere della Dogaia: droga e cellulari tra i detenuti, indagati anche agenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Oltre trecento agenti, tra polizia penitenziaria, carabinieri e finanzieri, hanno fatto irruzione all’alba nel carcere di Prato, perquisendo più di centoventi detenuti e sequestrando telefoni, router e sostanze stupefacenti. L’operazione, che ha coinvolto anche unità cinofile, ha preso di mira i reparti di alta e media sicurezza della Dogaia, dove sono rinchiusi esponenti di spicco di mafia e camorra, oltre a trafficanti di droga.

Secondo il procuratore Luca Tescaroli, il penitenziario era diventato un "luogo di apparente e massiccia illegalità", con detenuti che, nonostante il regime carcerario rigoroso, godevano di libertà inaccettabili. Telefonini nascosti tra gli effetti personali o introdotti da fuori permettevano loro di comunicare con l’esterno, mentre la droga – cocaina e hashish – circolava liberamente nelle celle, dove alcuni la consumavano e altri la spacciavano.

Non solo detenuti finiti nel mirino: l’inchiesta, coordinata dalla procura di Prato, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni agenti penitenziari, sospettati di corruzione per aver favorito il sistema illegale. Le accuse, ancora al vaglio, potrebbero includere concorso in traffico di stupefacenti e abuso d’ufficio.

Parallelamente, un altro filone d’indagine riguarda l’aggressione subita da Vasile Frumazache, il killer condannato per il duplice omicidio delle escort romene Denisa Maria Adas e Ana Maria Andrei. Lo scorso 6 giugno, Frumazache è stato attaccato con olio bollente da altri detenuti, e tre agenti – un 24enne di Caserta, un 40enne di Belvedere Marittimo e un 45enne di Napoli – sono finiti sotto inchiesta per lesioni colpose e rifiuto di atti d’ufficio.

L’episodio, che ha riacceso i riflettori sulle condizioni del carcere, sembra confermare un clima di disordine in cui le regole vengono sistematicamente violate. Se da un lato i detenuti approfittavano della situazione per mantenere contatti con l’esterno, dall’altro il personale penitenziario avrebbe, in alcuni casi, chiuso un occhio o addirittura collaborato.

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