Il Titolo dopo la Coppa d'Africa, la guerra degli asciugamani e il regolamento nel caos
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Redazione Sport
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La vittoria della Coppa d’Africa da parte del Senegal, ottenuta a Rabat contro il Marocco con un gol di stretta misura, rischia di essere offuscata, e forse perfino compromessa, da una serie di episodi surreali che hanno travalicato i confini del terreno di gioco. Mentre il bus scoperto dei Leoni della Teranga fendeva, a Dakar, una folla immensa e festante, le istituzioni calcistiche africane si trovano a dover esaminare accadimenti bizzarri e potenzialmente sanzionabili. Tra questi, spicca per la sua immediatezza virale il bizzarro furto di un asciugamano, gesto che ha trascinato la rivalità sportiva in una dimensione grottesca, quasi da commedia.
Il gesto di Nwabali e il siparietto divenuto simbolo
Proprio dietro la porta, lontano dall’attenzione principale ma non dalle telecamere, si è consumato un siparietto che ha catturato l’immaginario collettivo: alcuni raccattapalle marocchini hanno cercato, in modo plateale, di sottrarre un asciugamano a Victor Diouf, secondo portiere senegalese. Una guerriglia minore, certo, ma rivelatrice di un clima teso e carico di astio. La risposta, tagliente e immediata, è arrivata sui social da Stanley Nwabali, portiere della nazionale nigeriana, il quale, rivolgendosi agli avversari marocchini, ha commentato: «Usateli per asciugarvi le lacrime». Una frase che, al di là della polemica, fotografa perfettamente l’amarezza di una sconfitta vissuta tra rancori e contestazioni.
La questione regolamentare: l’abbandono e il possibile 3-0 a tavolino
Ben più grave, e forse decisiva per gli esiti futuri del trofeo, è stato invece l’abbandono del campo da parte della maggior parte dei calciatori senegalesi, subito dopo l’assegnazione di un rigore dubbio in favore del Marocco a tempo ormai scaduto. Un gesto di protesta comprensibile sul piano emotivo, ma che il regolamento della competizione potrebbe punire in modo severissimo, prevedendo la sconfitta a tavolino per 3-0. Contro il muro della rabbia collettiva si è stagliata, in solitudine, la figura del capitano Sadio Mané, rimasto impavido sul prato nel vano tentativo di richiamare i compagni e di arginare una decisione che potrebbe rivelarsi un boomerang. Uno scatto d’ira che, se confermato dalle autorità sportive, trasformerebbe un trionfo sudato in un’umiliante retrocessione a note di verbale.
La narrazione impossibile di una serata senza precedenti
Ciò che resta, al di là degli eventuali verdetti della giustizia sportiva, è la sensazione di aver assistito a un evento che ha superato ogni previsione. Come ha efficacemente sintetizzato la pagina Instagram La Ragione di Stato, commentando la diretta di Sportitalia, «tutto quello che è successo nella finale tra Senegal e Marocco non è forse neanche narrabile». È il segno che il calcio, a volte, diventa pura epica popolare, un intreccio inestricabile di agonismo, passione, farsa e tragedia, dove un semplice asciugamano può diventare un trofeo simbolico e una decisione arbitrale il detonatore di un caso destinato a durare ben oltre i novanta minuti.




