L’allarme sull’«estremismo ebraico» e il fermo del giovane con l’arsenale: le indagini di Roma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Digos ha fermato Eitan Bondì, ventun anni, nella notte tra martedì e mercoledì, dopo che lo stesso ragazzo avrebbe ammesso di aver sparato – con una pistola ad aria compressa – contro due manifestanti dell’Anpi, lo scorso 25 aprile a parco Schuster. «Sono stato io», avrebbe dichiarato agli agenti, aggiungendo un riferimento alla «brigata ebraica» e precisando di aver gettato via l’arma. Davanti al pm Francesco Lo Voi, tuttavia, l’ex studente di architettura ha scelto il silenzio: nessuna spiegazione su quanto accaduto, né su ciò che faceva, lui, con un piccolo arsenale domestico scoperto dai inquirenti nel quartiere Marconi, dove abita con i familiari. Carabine, coltelli e munizioni: questo il materiale sequestrato, che ha subito orientato le indagini verso un profilo più ampio del singolo gesto.

L’episodio, già di per sé grave per la sua natura intimidatoria (due militanti colpiti durante una commemorazione), ha innescato una reazione pubblica destinata a dividere. Dall’Anpi è partito un alert preciso: si parlerebbe di «deriva estremistica e intimidatoria di alcuni esponenti della comunità ebraica di Roma». Parole che dialogano con un post di Gad Lerner, il quale ha scritto su Facebook: «Anche noi ebrei dissidenti…», lasciando intendere una distinzione interna a quella stessa comunità. Nessun allarme formale, comunque, né dal Viminale né dalla Polizia: la massima attenzione c’è, gli investigatori seguono la pista del «lupo solitario», ma non si parla di una minaccia organizzata.

Nel frattempo, il nome del fermato ha generato un cortocircuito sui social. Un omonimo, stesso nome e stessa città, si è visto sommerso da messaggi e segnalazioni sbagliate: «Non sono io, non c’entro niente», ha scritto sui propri profili, cercando di arginare un passaparola incontrollato che per ore ha indicato lui come responsabile degli spari. Un errore dovuto alla semplice coincidenza anagrafica, ma che mostra quanto velocemente l’identità di un indagato possa deformarsi nella rete prima ancora che le indagini facciano il loro corso.

L’udienza di convalida e il materiale sequestrato

Domani mattina, nel carcere romano di Regina Coeli, è fissata l’udienza di convalida del fermo per Bondì. L’accusa è di tentato omicidio, e il fascicolo è coordinato dai pm dell’antiterrorismo – segno che il gesto del 25 aprile non viene letto solo come violenza occasionale. La perquisizione domiciliare, del resto, ha consegnato agli inquirenti un quadro inquietante: pistole (alcune delle quali da soft-air), fucili, coltelli e munizioni di vario calibro. Resta da capire se quel piccolo arsenale fosse destinato a un utilizzo specifico o rappresentasse semplicemente una collezione privata. Il giovane, per ora, non ha risposto. E tace anche sul movente: perché sparare proprio contro due attivisti dell’Anpi? E cosa c’entra la «brigata ebraica», citata subito dopo il fermo? I misteri del «lupo solitario» – così viene definito negli atti – si infittiscono.

Le reazioni istituzionali e la linea investigativa

Dall’Anpi la denuncia è netta, ma fonti della Digos e della questura sottolineano che non esiste, al momento, alcun allarme diffuso per l’intera comunità ebraica romana. Si tratta, spiegano, di un singolo episodio grave – aggravato dalla disponibilità di armi e dal contesto politico-simbolico della data (il 25 aprile) – ma non inquadrabile in un disegno più ampio, almeno secondo gli elementi raccolti finora. L’attenzione resta altissima, però, anche perché il fermo è scattato dopo la «cacciata» (non meglio specificata dagli inquirenti) della Brigata ebraica, un riferimento che gli investigatori stanno ancora cercando di decifrare. Nessuna certezza, dunque, ma l’incrocio tra l’arsenale, il silenzio del ragazzo e la tempistica degli spari tiene aperta più di una pista.

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