L'autopsia conferma la dinamica dell'omicidio di Cinzia Pinna
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Redazione Interno
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L’autopsia sulla salma di Cinzia Pinna, la giovane di 33 anni uccisa nei giorni scorsi, ha stabilito che a porre fine alla sua vita è stato uno dei tre colpi di pistola esplosi contro di lei, il quale, in particolare, l’ha colpita allo zigomo con esito fatale. L’esame, disposto dalla procuratrice Noemi Mancini e condotto dal medico legale Salvatore Lorenzoni presso l’istituto di medicina legale di Sassari, fornisce così un riscontro oggettivo a quanto già dichiarato dall’imprenditore Emanuele Ragnedda, reo confesso del delitto, il quale aveva ammesso di aver fatto fuoco per tre volte.
Le dichiarazioni del padre di Emanuele Ragnedda
Il padre di Ragnedda, Mario, è intervenuto pubblicamente, mostrandosi profondamente addolorato e vicino ai familiari della vittima. “Mio figlio non è un mostro”, ha affermato, descrivendo la scelta che, a suo dire, il figlio si è trovato ad affrontare quella notte come una decisione tra “vivere o morire”. Le sue parole, se da un lato esprimono un dolore sincero per l’accaduto, dall’altro contengono un tentativo di spiegare il gesto estremo con la paura che avrebbe provato il quarantunenne, il quale, secondo il genitore, agì perché temeva per la propria incolumità.
L'esclusione di influenze esterne e i problemi personali
Riguardo alle speculazioni circa una possibile influenza negativa esercitata da una donna vicina al figlio, Mario Ragnedda ha espresso scetticismo, sostenendo di non credere “assolutamente che questa persona su di lui abbia influito in maniera particolare”. Ha invece accennato a questioni personali che il figlio stava cercando di risolvere, problemi che riguardavano principalmente la sfera familiare, senza tuttavia scendere in dettagli specifici che possano chiarire ulteriormente il contesto in cui maturò la tragedia.
Il rimorso e la gravità del gesto
Pur descrivendo Emanuele come una “persona buona e altruista”, il padre ha tenuto a precisare di non voler giustificare l’azione del figlio, riconoscendo la gravità del gesto. Ha raccontato che l’uomo, attualmente detenuto nel carcere di Bancali, versa in uno stato di disperazione e profondo rimorso, avendo la giovane vittima costantemente nei suoi pensieri “da quando è accaduto”. Un quadro, il suo, che delinea un conflitto interiore tra l’amore paterno e la consapevolezza di un crimine inenarrabile.




