Yayoi Kusama, l’artista dell’infinito che ha contagiato Louis Vuitton
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
La signora dei pois, delle zucche giganti, delle stanze specchiate e delle collaborazioni con la casa di moda Louis Vuitton se n’è andata. Yayoi Kusama, giapponese, classe 1929, icona dalla notorietà planetaria, tale da offuscarne talvolta i meriti artistici, «è stata un'immensa fonte di ispirazione — ha dichiarato il ceo della maison parigina, Pietro Beccari —, un'artista dalla creatività sconfinata e dalla visione unica».
La sua scomparsa, avvenuta il 14 agosto in un ospedale di Tokyo all'età di 97 anni, restituisce al mondo dell'arte il ritratto di un'autrice eclettica la cui eredità scavalca ampiamente la fama virale delle sue installazioni immersive, tra le celebri Infinity Rooms e le imponenti sculture vegetali a pallini. Dietro la facciata visiva più nota e fotografata si cela una produzione prolifica che ha abbracciato la pittura, la performance e il design, trovando nella moda un territorio di espansione naturale già a partire dagli anni Sessanta.
L'incontro che cambiò le regole del gioco
«Her energy is just endless». Così Marc Jacobs galvanizzato descriveva l'incontro con Yayoi Kusama nel suo studio di Tokyo, nel 2006. In questa manciata di parole risiede, ancora oggi, la ragione profonda per cui Louis Vuitton ha cercato proprio lei. Quando Kusama mostra al designer una Speedy dipinta, “riscritta” di suo pugno, Jacobs riconosce un gesto che appartiene alla natura della maison e, al tempo stesso, le è radicalmente estraneo: la capacità di prendere un oggetto perfettamente codificato e farlo evolvere fino a sovvertirne la percezione.
Quell'intuizione si concretizzò nella prima storica collaborazione del 2012, quando i pois invasero borse, trench, occhiali e calzature, trasformando il monogramma in un parco giochi cromatico. Una decade più tardi, nel 2023, Nicolas Ghesquière ha riallacciato il filo del dialogo, amplificando la portata dell'operazione con una collezione di 450 pezzi che includeva pelletteria, fragranze e prêt-à-porter, declinati attraverso i temi cardinali dell'artista: Painted Dots, Infinity Dots e le celebri zucche.
I pois non sono decorazione
Per capire il senso di questa scelta occorre superare il feticcio dei pois, diventati una facile scorciatoia pop per identificare un'autrice decisamente più complessa. Nata nel 1929 a Matsumoto, Kusama studia pittura tradizionale Nihonga a Kyoto per poi approdare nella New York del 1957, dove dà vita agli Infinity Nets: tele costruite sulla ripetizione ossessiva di minuscoli archi, pensate per dissolvere il centro e annullare la distinzione tra figura e sfondo.
La ripetizione, per Kusama, non è un virtuosismo: è un insieme dispositivo formale e pratica catartica, direttamente connessa alle allucinazioni visive che la perseguitano fin dall'infanzia. I pois, dunque, non sono decorazione: sono un sistema ortogonale. Un segno minimo si moltiplica fino a saturare la superficie, poi l'ambiente, azzerando il confine tra l'opera e lo spazio che la ospita, fino a mettere in discussione il confine stesso tra l'opera d'arte e la vita quotidiana.
La zucca come simbolo universale
Uno dei simboli indiscussi di Naoshima, piccola isola del Giappone affacciata sull'area di Uno Port, a circa un'ora di treno da Okayama, è una gigantesca zucca gialla a pois neri. Intitolata Pumpkin, è un'opera di Kusama, divenuta negli anni uno dei simboli più riconoscibili dell'isola.
Realizzata nel 1994 in occasione della mostra all'aperto Open Air '94: Out of Bounds organizzata dalla Benesse House, la zucca fu concepita inizialmente per essere un'installazione temporanea, destinata a occupare la parte terminale di un vecchio molo, stagliandosi così contro il blu del mare e l'orizzonte infinito. Alta circa due metri e larga due metri e mezzo, con la sua forma morbida e sproporzionata e una cromia volutamente stridente, appare ancora oggi come un oggetto alieno, quasi precipitato sulla costa, eppure sorprendentemente integrata nel paesaggio.
Questa verdura comune e umile, legata alla sua quotidianità fin dall'infanzia in una famiglia di coltivatori di semi, ha assunto nel tempo un valore archetipico, diventando un simbolo di anti-monumentalità.
Bergamo e il record di pubblico
La portata di questo fenomeno è stata misurata anche in Italia, dove Bergamo ha celebrato Kusama nell'anno della Capitale della Cultura. In cinque mesi, tra la fine del 2023 e la primavera del 2024, l'artista ha portato in città frotte di persone, tanto che è stato difficile stabilire quanti dei 93.400 visitatori che hanno varcato la soglia di Palazzo della Ragione lo abbiano fatto perché estimatori della sua arte o piuttosto della sua popolarità.
Allestire nel cuore di Città Alta una delle sue più celebri opere, l'Infinity Mirrored Room dal titolo «Fireflies on the Water», è stata una trovata geniale. I visitatori avevano un minuto a testa per entrare in quella stanza dal cielo stellato, una scatola foderata di specchi illuminata da piccole luci colorate pendenti dal soffitto, con il pavimento ricoperto d'acqua che rifletteva a sua volta le centinaia di lucciole.
Un'occasione unica per entrare nel mondo di Kusama, nell'arte come elemento terapeutico e di riconciliazione con la vita che tanto l'aveva segnata.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
