Squid Game 3, il finale spiegato: il peso delle parole spezzate di Gi-hun e il mistero di Cate Blanchett
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Seong Gi-hun, il tormentato protagonista di Squid Game, muore senza completare la frase che avrebbe potuto riassumere l’intera essenza della serie: «Non siamo cavalli. Siamo esseri umani. Gli esseri umani sono…». Quel silenzio, carico di significato, ha lasciato gli spettatori con un interrogativo che va oltre la semplice narrazione. Hwang Dong-hyuk, regista e creatore dello show, ha fornito alcune chiavi di lettura, ma il dibattito tra i fan resta acceso. C’è chi vede in quelle parole un’affermazione di dignità, chi un grido di disperazione di fronte alla disumanizzazione imposta dai giochi.
La terza stagione, disponibile su Netflix dal 27 giugno, chiude il cerchio con un finale in cui Gi-hun, interpretato da Lee Jung-jae, affronta l’ultima prova con la figlia neonata di Jun-hee legata al petto. Una scena che ribadisce il contrasto tra la brutalità del contesto e la fragile umanità dei personaggi. Se la sua morte segna una sconfitta, non tutto è perduto: la figlia, con cui aveva rapporti tesi, riceve una cospicua somma di denaro, un lascito che potrebbe garantirle un futuro migliore a Los Angeles.
Tra gli elementi che hanno suscitato curiosità, l’apparizione di Cate Blanchett in un ruolo non meglio specificato, inserita in una trama già ricca di simbolismi. La sua presenza, seppur marginale, ha alimentato teorie e interpretazioni, anche se la serie non sembra volerle approfondire ulteriormente.




