Hantavirus, il focolaio sulla nave da crociera e la lezione mai imparata: 9 casi, tre decessi, la sorveglianza per 42 giorni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è una nuova pandemia. L’Oms e le autorità sanitarie, nel tentativo di scongiurare facili allarmismi, lo ribadiscono da quando è scattato il nuovo allarme mondiale sull’Hantavirus, un patogeno noto da anni che torna a far paura per la sua letalità. Chiamato anche “virus delle Ande” – è stato infatti individuato prevalentemente in Argentina e Cile – questo agente patogeno si contrae a seguito dell’esposizione a escrementi, urina o saliva di roditori, presentando un tasso di mortalità che supera il 30% dei casi, una cifra quindi ben più alta di quella registrata durante la pandemia da Covid. Il contagio è riemerso alla ribalta della cronaca internazionale a causa di un focolaio scoppiato a bordo della nave da crociera MV Hondius, la cui rotta tra Sudamerica e Antartide si è trasformata in un incubo epidemiologico che ha costretto governi e ministeri a riorganizzare le procedure di controllo.

Il bilancio della nave e la macchina della prevenzione italiana

Al centro della vicenda ci sono i numeri che descrivono la drammaticità dell’evento, sebbene le autorità sottolineino la scarsa contagiosità rispetto al virus influenzale o al Sars-CoV. A bordo della Hondius, nave battente bandiera olandese, si contano 11 casi sospetti, di cui 9 confermati dal punto di vista laboratoristico; un bilancio che purtroppo include anche tre decessi, un dato che ha subito attivato i protocolli di massima emergenza. Di fronte a questo scenario, il Ministero della Salute italiano ha deciso di adottare il principio di massima cautela, ben consapevole che il traffico aereo e navale rende ormai labili le distanze geografiche. Dalla circolare firmata dai vertici della prevenzione emergono indicazioni precise: per tutti i contatti ad alto rischio, siano essi ex passeggeri o membri dell’equipaggio, scatterà una quarantena fiduciaria di 42 giorni, accompagnata da un monitoraggio costante da parte delle Asl territoriali. Il ministro Orazio Schillaci, intervenendo a riguardo, ha però voluto smorzare i toni: “In Italia nessun pericolo”, anche se la macchina organizzativa è stata messa in moto per intercettare tempestivamente eventuali sintomi tra i rientrati.

Le parole degli esperti: “Nessun panico, ma rigore igienico”

Mentre i medici di frontiera intensificano i controlli negli scali principali, gli specialisti del settore provano a fare chiarezza su un virus ancora poco conosciuto dal grande pubblico. Emanuele Nicastri, direttore di Malattie infettive ad alta intensità di cura dello Spallanzani di Roma, ha descritto il sistema di allerta dell’istituto romano, spiegando che si tratta di una “vocazione” quotidiana: lo Spallanzani, ha dichiarato, riceve allerte a cadenze mensili da pazienti rientrati da aree a rischio e non si lascia cogliere impreparato. Dello stesso avviso è il dottor Danilo Tacconi, responsabile del dipartimento di medicina interna dell’Asl Toscana sud est, il quale invita a seguire le regole base di igiene e a mantenere un comportamento responsabile. “È importante mantenere alta l’attenzione, ma senza allarmismi – ha sottolineato Tacconi – Parliamo di un virus ancora in fase di studio, con dinamiche non completamente definite, che però non presenta al momento caratteristiche di diffusione incontrollata”. La prudenza resta la bussola, ma i sanitari raccomandano di non trasformare la vigilanza in isteria collettiva.

L’ombra della storia e l’evoluzione del patogeno

Quello che però obbliga a una riflessione più approfondita, al di là dei boletín diffusi dalle agenzie internazionali, è lo scenario epidemiologico che ha permesso al virus di fare irruzione in un contesto isolato come quello di una nave da crociera. Le ricostruzioni della dinamica più accreditate indicano che il contagio potrebbe essere partito durante un’escursione di birdwatching, una pratica comune tra i turisti in Patagonia, dove alcuni roditori selvatici hanno ceduto il passo al salto di specie. La vicenda ripropone una lezione antica, ma ciclicamente rimossa: l’invasione degli habitat naturali e la promiscuità ambientale favoriscono l’emergere di zoonosi letali. Sebbene il virus delle Ande abbia mostrato una capacità di trasmettersi da uomo a uomo solo in condizioni di contatto prolungato e in spazi ristretti – a differenza del Covid che poteva saturare un ambiente in poche ore – la sua pericolosità rimane legata all’assenza di terapie specifiche, costringendo i medici a limitarsi a cure di supporto nei reparti di terapia intensiva.

Le direttive del ministero: test, tracciamento e la gestione dei rientri

Sul fronte operativo, la circolare firmata da Sergio Iavicoli e Maria Rosaria Campitiello (rispettivamente direttore generale della Prevenzione e capo del dipartimento della Prevenzione) non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Il testo, che aggiorna le definizioni dei casi e dei contatti, punta a creare una rete solida tra gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera (Usmaf), i quali avranno il compito di intercettare chiunque abbia condiviso il volo o la cabina con i soggetti infetti. La strategia di testing, in particolare, sarà mirata: priorità ai sintomatici, per i quali scatta immediatamente il tampone molecolare, mentre per i contatti asintomatici ma ad alto rischio resta la quarantena fiduciaria della durata di sei settimane. Chi arriva in Italia dalla zona del focolaio – sia via nave che via aerea – deve quindi aspettarsi controlli stringenti, che includono la misurazione della temperatura e l’eventuale isolamento in strutture protette. Nessuna misura draconiana, insomma, ma un’organizzazione pensata per spegnere sul nascere eventuali focolai secondari.

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