Scuola, l’intelligenza artificiale in cattedra tra i compiti a casa e i progetti sperimentali
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Redazione Interno
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E’ un dato ormai consolidato, che dipinge un cambiamento silenzioso ma profondo tra i banchi: secondo l’ultimo rapporto del Censis “Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana”, presentato a Roma il 7 maggio, quasi un terzo delle famiglie (il 32,5% per la precisione) ammette che i propri figli utilizzano abitualmente strumenti di IA generativa come ChatGPT, Grok o Gemini per svolgere i compiti a casa. Una cifra, questa, che rivela una vera e propria spaccatura generazionale nell’approccio alla didattica, dove i genitori – pur consapevoli della sottile linea che separa l’aiuto tecnologico dalla “furberia” – faticano a imporre argini efficaci, trovandosi impreparati di fronte a questi nuovi strumenti di apprendimento.
Proprio in risposta a questa crescente automazione dello studio domestico (e per arginare il rischio di un suo uso acritico), il mondo della scuola prova a cambiare passo, invertendo la rotta dal “vietato” al “governato”. Ne è un esempio il progetto sperimentale denominato ‘PaideIa’, che sarà attivato all’interno di sette istituti delle Marche – tra i quali tre nel Fermano – con l’intento dichiarato di introdurre l’intelligenza artificiale non come scorciatoia, ma come parte integrante e strutturata dei percorsi formativi. Il programma, presentato ufficialmente martedì presso il teatro di Falerone alla presenza del vice sindaco Pisana Liberati; della dirigente scolastica Oda Gesuè; del responsabile del progetto Sergio Mustica e del docente universitario Emanuele Frontoni, punta a restituire un ruolo attivo agli alunni, insegnando loro a interagire con la macchina per sviluppare spirito critico e capacità di autovalutazione.
L’alleanza educativa al tempo degli algoritmi
Lungi dal limitarsi a un mero divieto, l’approccio che emerge da queste iniziative è di tipo pragmatico. A Falerone, i promotori hanno sottolineato come l’IA sia ormai “ovunque” e come i ragazzi la utilizzino pensando “di parlare con persone amiche”; da qui la necessità di un vademecum per le famiglie e di una formazione specifica per i docenti, per trasformare quella che molti percepiscono come una minaccia in una risorsa didattica. L'iniziativa, che coinvolge anche gli istituti ‘Pagani’ di Monterubbiano e ‘Da Vinci Ungaretti’ di Fermo, prevede la creazione di una piattaforma dedicata e unità formative cucite su misura, strutturate in modo da stimolare domande precise e la verifica delle fonti. Lo stesso concetto sarà al centro dell’incontro in programma giovedì 14 maggio all’auditorium dell’istituto comprensivo Ungaretti di San Concordio, dove il dottor Ramacciotti terrà una lezione su “Artificial intelligence: innovazione in sicurezza per la scuola del futuro”, rivolta a genitori, docenti e personale scolastico.
La macchina non deve (ancora) sostituire il pensiero
Dietro questa corsa all’aggiornamento normativo e pedagogico, che vede dirigenti e associazioni di categoria riunirsi a Bologna per eventi come “AI READY”, si cela la necessità di uniformarsi al Regolamento UE 2024/1689 (l’AI Act). L’obiettivo è chiaro: allineare le istituzioni scolastiche a una legislazione che impone trasparenza e supervisione umana, specialmente in ambito educativo. Se da un lato l’introduzione controllata dell’IA promette di personalizzare l’apprendimento e alleggerire la burocrazia, dall’altro l’attuale utilizzo “sommerso” nei compiti a casa solleva un interrogativo fondamentale – come sottolineato più volte dagli esperti – sulla capacità delle giovani generazioni di distinguere tra un contenuto appreso e uno semplicemente riprodotto. La sfida, dunque, non è tecnologica, ma culturale: si tratta di capire se l’alleanza educativa, così come la conosciamo, resisterà alla tentazione di delegare il pensiero critico a un algoritmo.




