Le incognite del Bahrain e la pazienza di Domenicali: la Formula 1 del 2026 cerca un equilibrio tra tecnica e spettacolo
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Redazione Sport
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Le polveri del deserto di Sakhir si sono appena posate sulle nuove monoposto, e già l’aria che si respira nel mondo della Formula 1 è carica di quella tensione che precede ogni grande rivoluzione tecnica. I test pre-stagionali in Bahrain, lungi dal fugare i dubbi, hanno invece dipinto un quadro pieno di interrogativi, consegnando ai team e agli ingegneri un rompicapo energetico di non facile soluzione. Il nuovo regolamento, si sa, ha stravolto l’architettura delle power unit, triplicando la potenza in gioco affidata alla componente elettrica – si parla di 350 kW per l’MGU-K -2 – ma lasciando invariata la capacità della batteria. Un’equazione complessa, quest’ultima, che obbliga i piloti a una gestione maniacale di quei famosi 8,5 megajoule a disposizione per ciascun giro, un’attività che ha già mostrato i primi, sorprendenti, adattamenti nello stile di guida.
Già, perché a osservare con attenzione le traiettorie e i regimi di motore in Bahrain, è emerso un particolare curioso e per certi versi controintuitivo: i piloti, per ottimizzare il consumo, non sferravano più l’ultimo, disperato attacco al gas spalancato all’uscita dell’ultima curva. Al contrario, preferivano dosare l’acceleratore, tenendolo tra il sessanta e il settanta per cento della corsa, per poi schiacciare a fondo solo pochi metri prima del traguardo. In questo modo evitano di innescare una fase di derating della componente elettrica troppo presto, sacrificando la velocità massima sul traguardo per preservare un “tesoretto” di energia da spendere nel corso del giro lanciato -4. Una vera e propria inversione di paradigma rispetto al passato, che complica non poco la vita in qualifica. E se a questo si aggiunge il fatto che la nuova ala mobile, che ora può essere utilizzata in configurazione X-Mode su entrambi gli assi per ridurre la resistenza, non potrà invece essere attivata nella delicatissima fase di partenza – una scelta dettata da ragioni di sicurezza per evitare staccate folli a gomme ancora fredde – si comprende come il quadro sia in continua evoluzione -5.
La modalità sorpasso e le nuove sfide per chi attacca
Il tema della gestione energetica si intreccia inevitabilmente con un altro aspetto cruciale della nuova era: i sorpassi. Con l’abolizione del DRS, il testimone passa alla cosiddetta “overtake mode”, un sistema più complesso che premia chi insegue con mezzo megajoule aggiuntivo di energia da utilizzare nel corso della tornata, ma solo se il distacco è inferiore al secondo e solo a patto di aver saputo conservare carica a sufficienza. In molti, guardando ai dati dei test, si interrogano sull’efficacia pratica di questo meccanismo. La vera partita, infatti, si gioca sulla capacità di arrivare alla metà del rettilineo con ancora a disposizione la potenza necessaria per sferrare l’attacco, un’impresa che diventa titanica se nei tratti precedenti si è dovuto utilizzare il propulsore elettrico in modo intensivo. I piloti dovranno diventare degli strateghi, dosando ogni pressione sul pedale per non ritrovarsi vulnerabili nel momento decisivo, trasformando ogni gara in una complessa partita a scacchi ad alta velocità.
La risposta del numero uno alle voci di crisi
È in questo clima di incertezza tecnica che si inseriscono le voci, puntuali come un orologio svizzero, di malcontento da parte di chi quelle vetture le deve portare al limite. Le dichiarazioni di Max Verstappen, che aveva paragonato le nuove nate a delle “Formula E con gli steroidi”, hanno fatto il giro del mondo, alimentando un dibattito che rischiava di diventare una polemica sterile. A porre un argine a questo fiume in piena ci ha pensato Stefano Domenicali, amministratore delegato della Formula 1, il quale ha incontrato il quattro volte campione del mondo. Il dirigente, con la sua proverbiale diplomazia, ha voluto spegnere sul nascere qualsiasi focolaio di tensione, spiegando come le critiche facciano parte di un fisiologico processo di adattamento. Domenicali ha chiesto equilibrio e fiducia nel lavoro svolto, ricordando come anche in passato, a ogni cambio epocale di regolamento – dal 2014 al 2017, per intenderci – ci siano state reazioni simili, puntualmente smentite poi dai fatti in pista. Il suo invito è a guardare al quadro generale, fatto di ragioni tecniche e commerciali che hanno guidato questa transizione verso un futuro più sostenibile e, si spera, spettacolare.
L’incognita Australia e i margini di manovra della Federazione
Con il primo semaforo verde della stagione che si accenderà a Melbourne tra poche settimane, l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori si sposta ora sul tracciato dell’Albert Park, un circuito cittadino dalle caratteristiche completamente diverse rispetto a Sakhir. Sarà lì, in Australia, che le nuove monoposto dovranno affrontare il loro primo vero banco di prova, lontane dalle temperature e dalle geometrie del deserto. La Federazione Internazionale dell’Automobile, consapevole delle possibili criticità, osserva con attenzione ma senza allarmismi. Non è un segreto, infatti, che ci siano dei piani di riserva. La FIA, come spesso accade in questi casi, ha lasciato volutamente alcuni margini di manovra nel regolamento per poter intervenire in corsa. Parametri come la lunghezza delle zone in cui attivare la modalità sorpasso o le curve di erogazione della potenza possono essere ritoccati qualora i numeri dovessero dimostrare che lo spettacolo ne risente, con sorpassi troppo facili o, al contrario, impossibili. L’obiettivo, come sempre, è trovare il delicato punto di equilibrio tra la complessità tecnica e la necessità di offrire uno show avvincente. Si attende ora la prima, vera, prova del fuoco.




