Gaza, due anni di guerra: una distruzione che cancella ogni riferimento
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Redazione Esteri
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I palestinesi chiedono disperatamente un cessate il fuoco tra Hamas e Israele, un grido che si leva dopo due anni di un conflitto il cui bilancio, segnato da decine di migliaia di vittime, ha costretto alla fuga circa il novanta per cento della popolazione. A Wadi Gaza, migliaia di persone fuggite dal nord dell’enclave hanno allestito tende di fortuna lungo la spiaggia, ricorrendo talvolta a semplici coperte come unico riparo; una condizione di precarietà estrema che definisce l’esistenza di molti, mentre la guerra prosegue senza tregua.
La cartografia di una devastazione
La portata di quanto accaduto emerge con chiarezza dalle ricostruzioni del gruppo di architetti anglo-israeliano Forensic Architecture, il quale, con il progetto intitolato “Cartografia di un genocidio”, documenta attraverso rilievi, riprese e geolocalizzazioni gli esiti della campagna militare. I loro studi rivelano che a Gaza, in vaste aree, “sul terreno non resti nulla di riconoscibile, non edifici, non strade, nessun segno per orientarsi”; ne risulta, come essi stessi affermano, “solo un deserto non identificabile”, un paesaggio ridotto a cumuli di macerie dove persino la memoria dei luoghi sembra essersi dissolta.
Scene di una resistenza ostinata
Nonostante il protrarsi delle ostilità e le condizioni disumane, episodi di una quotidianità resistente continuano a manifestarsi. Lo scorso gennaio, ad esempio, combattenti armati di Hamas hanno sfilato per le strade di Khan Younis, ottenendo l’acclamazione di porzioni della folla in un momento in cui l’attuazione di un cessate il fuoco appariva ancora lontana. Intorno al campo profughi di Shati, a Gaza City, le scene di distruzione totale erano già ben visibili, facendo da sfondo a un’esistenza che tuttavia non si arrende. Verso la fine dello stesso mese, l’apertura di un punto di attraversamento ha permesso a grandi folle di palestinesi, che portavano con sé i pochi averi salvati, di dirigersi verso il nord dell’enclave nel tentativo di fare ritorno alle proprie case, in un movimento di ritorno carico di speranza e di apprensione.
Il peso di una storia secolare
Questi eventi recenti si inseriscono in una cornice storica più ampia, dove la lotta per una Palestina libera e la contrapposizione all’occupazione israeliana delle terre palestinesi vanno avanti da oltre un secolo. Come talvolta accade nella storia, si è creata una frattura tra le posizioni dei governi e i sentimenti di parti dei popoli, con questi ultimi che spesso si sono ritrovati a solidarizzare con gli oppressi, mentre i poteri costituiti hanno finito per sostenere gli oppressori. La questione palestinese, definita da alcuni come “la madre di tutte le battaglie”, continua a rappresentare una ferita aperta, dove la ricerca del diritto e della giustizia rimane il fulcro di una lunga e dolorosa contesa.




