I palestinesi tornano a Gaza tra le macerie, Hamas non accetta il disarmo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'annuncio dell'entrata in vigore del cessate il fuoco ha innescato un movimento inverso, un esodo di ritorno che ha visto migliaia di persone riversarsi sulla strada costiera della Striscia di Gaza. Si muovono a piedi, in bicicletta, stipati su camion o trainati da carretti, diretti a nord, verso ciò che un tempo chiamavano casa. Secondo i calcoli della protezione civile locale, citati dall'agenzia France Presse, sono stati circa duecentomila, venerdì, i palestinesi che hanno intrapreso questo viaggio verso l'ignoto, mentre altri facevano ritorno alle rovine di Khan Younis, nel sud dell'enclave. Un fiume umano in cerca di un punto di riferimento, di un frammento della propria esistenza precedente, in un paesaggio che la guerra ha reso irriconoscibile.

Il ritorno a una città fantasma

Quello che si para davanti ai loro occhi, una volta raggiunti i quartieri di Gaza City, è uno spettacolo di desolazione assoluta. “Non c’è più nulla, solo distruzione”, è il commento che si ripete, un ritornello di dolore mentre si cammina tra cumuli di detriti che furono abitazioni. Saher Abulatta, rientrato dopo essere stato sfollato a sud durante i bombardamenti israeliani, prova a descrivere l'indescrivibile: “Non so… non so cosa dire. L’immagine parla più forte di qualsiasi parola: distruzione, distruzione e ancora distruzione”. I bulldozer, loro sì, lavorano incessantemente per rimuovere le macerie, in uno sforzo titanico per restituire una parvenza di normalità a un territorio dove, come osserva amareggiato un altro gazawi, “niente può sopravvivere in questo terreno”.

La posizione di Hamas sul dopo-guerra

Mentre la gente scava a mani nude tra le rovine, la dimensione politica del conflitto continua a evolversi. Bassem Naim, un alto funzionario del gruppo militante palestinese, ha delineato in un'intervista le condizioni poste da Hamas per il futuro di Gaza. Il gruppo, ha affermato, è disposto a farsi da parte a favore di un organismo palestinese che governi l'enclave dopo la guerra, ma rimarrà "sul campo" e non accetterà il disarmo completo. Una presa di posizione netta che delinea i contorni di una trattativa ancora tutta in divenire. Naim ha precisato che le armi verranno consegnate esclusivamente all'esercito di uno Stato palestinese sovrano, il quale, secondo la visione del gruppo, dovrà necessariamente includere i suoi membri.

Il quadro diplomatico e gli sviluppi immediati

Questo cessate il fuoco, che ha portato una pausa ai combattimenti, rappresenta la prima fase di un accordo più ampio proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L'intesa, per quanto fragile, ha già prodotto i suoi primi effetti concreti, prevedendo non solo la sospensione delle ostilità ma anche un meccanismo per il rilascio degli ostaggi trattenuti dai militanti e dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Parallelamente, circola l'ipotesi di un impiego del genio militare italiano per le operazioni di sminamento del territorio, un'operazione di vitale importanza per permettere un ritorno in sicurezza e per avviare, un giorno, la ricostruzione.

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