Fuoco sui libanesi in marcia verso casa, traballa la «pace» nel giorno del ritiro
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Redazione Esteri
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Nel giorno che doveva segnare il ritiro definitivo delle truppe israeliane dal sud del Libano, la situazione è precipitata in un bagno di sangue. Ventidue persone sono rimaste uccise e altre 124 ferite sotto il fuoco israeliano mentre tentavano di rientrare nei loro villaggi. Il governo di Beirut ha immediatamente accusato l'IDF (Israel Defense Forces) di aver sparato sui civili, mentre Tel Aviv ha puntato il dito contro Hezbollah, accusandolo di incitare i civili alla rivolta e di sfruttare l'incapacità dell'esercito libanese di controllare le milizie sciite.
La «Buona Recinzione», il passaggio attraverso cui gli israeliani permettevano il transito ai libanesi considerati alleati, si estende lungo una frontiera che, nonostante la tregua di sessanta giorni, rimane una linea di guerra. Ieri, le truppe di Tsahal avrebbero dovuto ritirarsi dagli ultimi villaggi arabi, dove i carri armati sono ancora piazzati tra le case, ma la situazione è degenerata rapidamente.
Il ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio delle vittime, confermando che l'esercito israeliano ha aperto il fuoco sugli abitanti del sud del Libano che cercavano di tornare ai loro villaggi. La tensione nella regione è palpabile, e il fragile cessate il fuoco sembra ormai un lontano ricordo. Le accuse reciproche tra Beirut e Tel Aviv non fanno che alimentare il clima di instabilità, mentre la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto di questo conflitto senza fine.
In questo contesto, la situazione umanitaria si aggrava ulteriormente, con migliaia di persone costrette a vivere in condizioni precarie, senza accesso ai servizi essenziali.




