Gaza, le ruspe di Hamas alla ricerca dei corpi degli ostaggi
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Redazione Esteri
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A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, il rombo dei bulldozer squarcia un silenzio carico di tensione, mentre le lame metalliche setacciano metodicamente le macerie degli edifici ridotti in polvere. Questa operazione, che procede tra cumuli di detriti e strutture pericolanti, risponde a una clausola precisa dell’accordo di cessate il fuoco, la quale impone ad Hamas il rilascio dei resti di ventotto ostaggi israeliani deceduti. L’attività febbrile dei mezzi meccanici, tuttavia, si svolge sullo sfondo di una recrudescenza delle ostilità; nuovi attacchi aerei israeliani hanno infatti colpito obiettivi nel meridione dell’enclave, una mossa che, secondo le dichiarazioni del gruppo, rischierebbe di compromettere le delicate operazioni di recupero in corso, se dovesse persistere.
Il cambio di nome del conflitto
Nel frattempo, a Roma, il presidente del consiglio israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo all’avvio della riunione governativa settimanale – e prima che si verificassero ulteriori scontri a Rafah – ha annunciato l’intenzione di battezzare ufficialmente il conflitto, che definisce ormai prossimo alla sua fase conclusiva. “Oggi porto all’approvazione del governo la proposta di dare alla guerra un nome ufficiale e permanente: ‘La Guerra della Rinascita’”, ha affermato in un videomessaggio diffuso dal suo ufficio, coniando una terminologia che mira a scolpire nella memoria collettiva una narrativa di riscatto nazionale.
Il doloroso ritorno delle salme
Proprio mentre le macchine operavano a Khan Younis, due corpi sono stati riconsegnati alla Croce Rossa e, trasportati da una scorta di veicoli della polizia, hanno raggiunto l’Istituto di medicina legale di Tel Aviv per le formalità del riconoscimento. Uno di essi è stato identificato come quello di Ronen Engel, come reso noto dal Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi e dal kibbutz Nir Oz. L’organizzazione, che si è detta vicina ai parenti, ha descritto la restituzione come un momento di sollievo, seppur amaro, per dei congiunti che per oltre due anni hanno vissuto un’agonizzante attesa, sospesi tra la speranza e il dubbio più cupo.
La chiusura del valico di Rafah
La pressione israeliana per accelerare i ritrovamenti si è concretizzata anche nella decisione di mantenere chiuso il valico di Rafah, fondamentale via di collegamento tra Gaza e l’Egitto. La misura, che sarà in vigore fino a nuovo avviso, viene esplicitamente collegata alla necessità di ottenere la restituzione di tutti i resti dei prigionieri ancora considerati dispersi, utilizzando di fatto il controllo del confine come una leva per spingere avanti le trattative e le operazioni sul campo, in un contesto dove ogni ritardo alimenta ulteriore apprensione.




