Giorgio Perinetti e l'ultimo addio a Emanuela, la figlia che ha lottato contro l'anoressia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il pianto dirotto, quel treno che correva verso Milano e la voce di Chiara, l'altra figlia, all'altro capo del telefono. «Papà, Emanuela non c'è più». Per Giorgio Perinetti, un'istituzione del calcio italiano con oltre mezzo secolo di esperienza vissuta da Torino a Palermo nel ruolo di direttore sportivo, la sera del 29 novembre 2023 rappresenta il momento in cui tutto è sprofondato. Emanuela, la ragazza di 34 anni che aveva costruito una carriera nel marketing sportivo e che continuava a nutrire grandi sogni, aveva tenuto nascosta a sé stessa, a lui, alla sorella e agli amici più cari la sua vera malattia, l’anoressia, costruendo attorno alla sua sofferenza un muro di silenzio e di menzogne.

Il peso dei sensi di colpa e la malattia nascosta

«Di notte, ancora mi chiedo dove ho sbagliato, dove non ho capito»: Giorgio Perinetti, che oggi ha 73 anni e un curriculum che spazia dalla Juventus alla Roma, dal Napoli all’attuale incarico al Palermo, non riesce a liberarsi dall’assillo del rimorso. La figlia Emanuela, manager affermata nel settore del marketing sportivo, è morta a Milano il 29 novembre 2023 a soli 33 anni, dopo una lunga e estenuante battaglia contro i disturbi alimentari. Al Corriere della Sera ha scelto di affidare la sua testimonianza, che è confluita nel libro "Quello che non ho visto arrivare", scritto insieme a Michele Pennetti, un racconto crudo e senza filtri di quel che è accaduto.

La finzione del tumore e la disperata voglia di vivere

Emanuela Perinetti, che vantava collaborazioni con brand di rilievo e campioni del calibro di David Trezeguet e Paulo Dybala, guadagnandosi la stima di allenatori e dirigenti, celava dietro un'apparenza di efficienza e successo un dolore profondo e inesorabile. Aveva trentatré anni, un futuro apparentemente segnato dall'ascesa professionale, eppure, inspiegabilmente, è caduta. Per tenere tutti lontani dalla verità, si era inventata di avere un cancro, una scusa drammatica per mascherare i segni della sua reale, devastante condizione. Alla fine, quando ormai la consapevolezza era emersa, il desiderio di vivere era ancora forte, tanto che il padre la osservava mentre strappava il cibo, una bresaola, a piccoli morsi, in un estremo, disperato tentativo di nutrirsi. Ma era ormai troppo tardi.

Il ritratto di una fragilità invisibile

La sua storia, al di là del personale dramma, tratteggia il profilo di una generazione di giovani donne che, pur correndo incessantemente e mietendo successi, pur avendo apparentemente tutto, possono nascondere dentro di sé un'invisibile fragilità. Quella di Emanuela era una creatura fragile che amava il calcio e che, in quel treno diretto a Milano, ha vissuto le sue ultime, tragiche ore, mentre il padre, ignaro di quanto stesse realmente accadendo, riceveva la telefonata che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

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