Masala spiega le parole di Cavo Dragone sulla Nato: "Azione legittima contro le provocazioni"
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Redazione Esteri
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Carlo Masala, politologo all’Università della Bundeswehr di Monaco e tra i più ascoltati esperti militari tedeschi, fornisce una chiave di lettura precisa riguardo alle dichiarazioni, definite da molti “esplosive”, dell’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della Nato. Secondo Masala, il riferimento a un possibile approccio “più aggressivo” e “proattivo” dell’Alleanza atlantica, che includerebbe anche lo studio di “attacchi preventivi” nel dominio cibernetico, non costituisce un’anomalia giuridica. “Dal punto di vista del diritto internazionale”, chiarisce il professore, “l’attacco preventivo è legittimo qualora si configuri come azione necessaria per rispondere a una minaccia imminente e concreta”. Una posizione, la sua, che inquadra le parole dell’ammiraglio non come una sterile provocazione bellicosa bensì come la formulazione di un principio operativo, seppur robusto, finalizzato a neutralizzare campagne di aggressione ibrida già in atto.
La precisazione della Nato: deterrenza, non guerra convenzionale
Fonti dell’Alleanza, a Bruxelles, hanno rapidamente circoscritto il campo d’azione delineato da Cavo Dragone, puntualizzando come la “prevenzione e deterrenza” menzionate dall’alto ufficiale si applichino esclusivamente a scenari di conflitto asimmetrico. Si parla, nello specifico, di risposte a raid informatici su vasta scala, a intrusioni di droni in spazio aereo alleato o a operazioni coordinate di disinformazione, tutte armi ormai tipiche del repertorio ibrido russo. La Nato esclude categoricamente, e senza ambiguità, qualsiasi ipotesi di assalto militare tradizionale contro il territorio della Federazione Russa o di altri paesi. Si tratta, in sostanza, di colmare un vuoto strategico, passando da una posizione di risposta tardiva a una di interdizione anticipata delle minacce, le quali spesso rimangono al di sotto della soglia formale di un atto di guerra ma producono ugualmente danni sistemici profondi.
Il caso Almaviva e la vulnerabilità italiana
La concretezza delle preoccupazioni sollevate dall’ammiraglio trova una tragica conferma proprio in Italia, dove l’attacco informatico subìto da Almaviva, azienda cruciale nella gestione di infrastrutture digitali di importanza nazionale, ha esposto in maniera plateale la vulnerabilità del paese. Il furto e la diffusione sul dark web di oltre 2,3 terabyte di dati sensibili, che si ritiene contengano segreti strategici, rappresenta l’esempio paradigmatico di quella “guerra nell’ombra” cui Cavo Dragone alludeva nell’intervista al Financial Times. Un episodio di cronaca nera digitale, questo, che le autorità giudiziarie stanno indagando con la massima riservatezza e che, sebbene privo di espliciti riferimenti geografici nell’attribuzione, si inscrive perfettamente nello scenario di tensioni descritto dal vertice militare dell’Alleanza, mostrando come i confini nazionali siano ormai permeabili a colpi che possono paralizzare interi settori.
Il quadro strategico di un’Alleanza in trasformazione
Le dichiarazioni rilasciate al giornale economico inglese tracciano dunque i contorni di una dottrina in evoluzione, spinta dalla necessità di adeguare gli strumenti di difesa collettiva a minacce sempre più sfuggenti e pervasive. “Stiamo studiando tutto. Sul cyber, siamo un po’ reattivi. Stiamo pensando di essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi”, ha affermato l’ammiraglio, delineando una volontà di superare una logica puramente difensiva. Questo cambio di paradigma, che trova sostegno in analisti come Masala e che si sviluppa parallelamente a inchieste su attacchi informatici dalle conseguenze potenzialmente devastanti, riflette la complessa fase di adattamento che la Nato sta vivendo in un contesto globale dove la competizione tra grandi potenze, con la Russia in primis ma non solo, si gioca ormai su piani molteplici e interconnessi, dallo spazio cibernetico a quello cognitivo.




