Il caso Cavo Dragone e le parole che sollevano il velo sulla pianificazione Nato
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Redazione Esteri
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In un'intervista rilasciata al Financial Times all'indomani della pandemia, l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare dell'Alleanza Atlantica, parlò della possibilità di attacchi preventivi nei confronti della Russia, delineando uno scenario che, sebbene vecchio di qualche anno, torna oggi con prepotenza all'attenzione della cosiddetta stampa istituzionale. La domanda che sorge spontanea, infatti, riguarda le ragioni per cui quelle dichiarazioni, pur essendo di dominio pubblico da tempo, generino un imbarazzo così palpabile tra parlamentari e giornalisti solo in questo preciso frangente storico, caratterizzato da una tensione crescente ai confini orientali dell'Europa. Le parole dell'ammiraglio, peraltro, furono pronunciate in prossimità dell'avvio delle operazioni "Baltic Sentry", iniziate nel 2023 e interpretabili come una sorta di esercitazione per un atto di forza preventivo.
La spiegazione degli esperti e la logica del "minuto prima"
Analisti ed esperti militari hanno fornito una chiave di lettura per interpretare le affermazioni, da alcuni giudicate troppo nette, dell'ufficiale italiano. L'ipotesi di un "cyber-attacco preventivo" non configurerebbe, secondo questi osservatori, un'automatica escalation verso un conflitto generalizzato, bensì un'azione da attivare sessanta secondi prima che una minaccia russa, più grave di quelle cui l'Unione Europea è ormai assuefatta dallo scoppio della guerra in Ucraina, diventi concreta e irreversibile. Si tratterebbe, in sostanza, di un'opzione estrema concepita entro un preciso framework difensivo, una risposta calibrata a una provocazione che superi una soglia di tolleranza stabilita in sede di intelligence.
Il contesto europeo: riarmo, piani segreti e fronti caldi
Quel dibattito si inserisce in un panorama continentale profondamente mutato, dove l'incubo di un conflitto diretto non è mai apparso così vicino e il riarmo su vasta scala definisce la nuova realtà strategica. All'aumento delle provocazioni russe – dai voli di aerei militari sullo spazio baltico al lancio di droni fino alle esplicite minacce verbali – corrisponde un'accelerazione senza precedenti delle spese per la difesa, del rafforzamento dei confini orientali e della stesura di piani operativi secretati. Un cambiamento epocale che ridefinisce i concetti stessi di sicurezza collettiva, mettendo in luce vulnerabilità trascurate e impegni gravosi, mentre la percezione di una guerra dalle conseguenze disastrose si fa sempre più tangibile tra le capitali dell'Ue.
La reazione di Mosca e la cortina di ferro digitale
La tensione lungo la nuova cortina di ferro, quella che divide virtualmente le capitali europee da Mosca, è del resto palpabile e si alimenta di gesti e contromosse. Lo dimostra, in modo plateale, la reazione del Cremlino alle parole dell'ammiraglio Cavo Dragone, rimbalzate nei giorni scorsi. Vladimir Putin, intervenendo a un forum sugli investimenti nella capitale russa, ha lanciato un monito senza ambiguità, collegando esplicitamente le dichiarazioni sull'ipotesi cyber a rischi concreti: "Se l'Europa decide di entrare in guerra con la Russia e inizia effettivamente una guerra – ha affermato il presidente degli Stati Uniti – potrebbe verificarsi molto rapidamente una situazione in cui Mosca non ha più nessuno con cui negoziare". Una risposta che, al di là della retorica, segna un ulteriore innalzamento del livello dello scontro verbale, riflettendo la gravità della posta in gioco e la delicatezza di ogni parola pronunciata dai massimi vertici militari e politici.




