Re Carlo negli Usa con la scorta blindata: la missione diplomatica riparte dall’attentato a Trump
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Redazione Esteri
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LONDRA. Il volo che ha portato Re Carlo e la regina Camilla verso gli Stati Uniti, decollato nonostante le inevitabili turbolenze diplomatiche e di sicurezza, rappresenta un atto di resilienza piuttosto che una semplice formalità di Stato. Il sovrano, che ha scelto di non piegarsi al clima di paura seguito al fallito attentato contro Donald Trump – proprio lui, il presidente rieletto ormai da più di un anno e che in questa fase storica guida l’Alleanza – ha dato il via a una visita di quattro giorni che assume i contorni di una missione ad alto rischio. Le immagini della cena dei corrispondenti della Casa Bianca, ancora vive nella memoria collettiva, e l’ombra dell’arresto del presunto responsabile dell’aggressione (un uomo la cui identità, Cole Tomas Allen, emerge dai rapporti investigativi) hanno costretto i servizi a rivedere ogni parametro della sicurezza.
Mentre l’ambasciatore britannico a Washington, sir Christopher Turner, parlava di «tutte le misure di sicurezza adeguate» già predisposte, i tecnici dello Special Air Service e del Secret Service lavoravano gomito a gomito per chiudere eventuali varchi nel programma. Non si tratta, in questo caso, di una semplice presenza di agenti in borghese tra la folla, bensì di una vera e propria rimodulazione tattica degli spostamenti: la coppia reale si sposterà all’interno di una bolla d’acciaio, blindata contro qualsiasi evenienza, dopo lo shock che ha quasi cancellato l’evento conviviale alla Casa Bianca.
L’asse trasatlantico sotto stress
Carlo III, che tra oggi e giovedì traccerà il suo percorso dal Congresso di Washington al memoriale dell’11 settembre a New York, fino alla tappa conclusiva nelle Bermuda, sa bene che il suo discorso non può limitarsi a mere formule di cortesia. I rapporti tra Downing Street e la Casa Bianca, infatti, hanno subito scossoni recenti che vanno ben oltre la semplice competizione politica; ci si aspetta da lui una performance capace di ricucire strappi senza mai oltrepassare il limite costituzionale della neutralità. D’altronde, l’accoglienza che gli riserverà il tycoon (già a settembre scorso ci fu una cena di gala a Windsor, quella in cui Trump lodò il "ruolo storico dell’Impero britannico", come ricordano alcuni resoconti) potrebbe rivelarsi glaciale o sorprendentemente calorosa, a seconda di come girerà il vento delle alleanze.
La visita, che prevede anche una cerimonia di benvenuto con gli onori militari e i famosi 21 colpi di cannone, non è stata cancellata per un motivo molto pratico: si tratta del più importante tour reale dall’inizio del regno, un’occasione per riavvicinare due sponde che appaiono divise su dazi, interessi petroliferi nel Mare del Nord e scenari di guerra. La cancellazione sarebbe stata letta come un atto di resa.
Il lavoro silenzioso dei servizi
I servizi segreti britannici, va detto, hanno passato la notte successiva all’attacco a rivedere ogni movimento: era necessario capire se l’attentato alla cena dei corrispondenti rappresentasse un rischio specifico per Westminster o un episodio di violenza generalizzata. Il fatto che il sospettato, Cole Tomas Allen, fosse intenzionato a colpire alti funzionari ha spinto gli strateghi della sicurezza a "congelare" qualsiasi contatto pubblico non essenziale. Per il resto, invece, si procede spediti: l’incontro privato nello Studio Ovale, il tè offerto dalla first lady Melania e il banchetto di Stato nell’East Room si terranno come da copione, seppur con un numero di invitati probabilmente ridimensionato e sottoposto a una cernita ferrea.
È interessante notare come Donald Trump abbia definito il sovrano «molto coraggioso», un aggettivo non banale se contestualizzato nei rapporti diplomatici attuali. Al contrario di quanto avvenne in passato, quando i leader erano soliti rinviare gli impegni dopo un lutto o un attentato, la scelta di Carlo III di tenere fede all’agenda è stata dettata anche dalla necessità di mostrare all’opinione pubblica americana che la "Relazione Speciale" regge nonostante gli strappi. Nessun dettaglio raccapricciante trapela dalla cronaca nera dell’accaduto, ma si sa che un agente è rimasto ferito (sebbene protetto dal giubbotto antiproiettile) e che il panico si è sparso tra i commensali.
Una diplomazia dei gesti
Ieri si è discusso anche della visita a Ground Zero, il memoriale dell’11 settembre a New York: un passaggio che, nella sua drammaticità intrinseca, acquista un peso specifico ulteriore in un clima di massima allerta. Camilla e Carlo deporranno una corona, e quel gesto – lo si capisce dalla briefing trapelato – intende simboleggiare la compattezza anglo-americana di fronte al terrore. Per giovedì, poi, è previsto il trasferimento verso le Bermuda, territorio d’oltremare britannico, chiudendo così un’ideale linea che unisce il cuore politico di Washington ai possedimenti d’oltreoceano della Corona.
Quel che resta, al netto delle schermaglie linguistiche, è la conferma che nessuna minaccia esterna o attentato riesce a bloccare gli ingranaggi dello Stato, nemmeno quando sul tavolo ci sono i reali. La scorta rafforzata, i blindati e le celle di crisi attive ventiquattro ore su ventiquattro sono il prezzo da pagare per evitare che il cerimoniale inciampi nella cronaca.




