Lo studio e il voto, la tesi di Bonaccini e i dati che confermano il divario nell'elettorato

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   La scuola deve ancora cominciare, ma è sul livello di istruzione dell'elettorato che si infiamma l'ultima, per ora, polemica politica social di questa estate rovente. Al centro dello scontro ci sono le parole di Stefano Bonaccini, eurodeputato e presidente del Pd, che hanno provocato la reazione immediata della premier Giorgia Meloni. Le dichiarazioni incriminate, rilasciate nel corso di un intervento pubblico, suonano come un'affermazione secca e senza mezzi termini: "Chi ha studiato meno vota più a destra, chi ha studiato di più vota più a sinistra".

Una frase che, al netto della ovvia assenza di un giudizio di valore su chi ha avuto o meno la possibilità di studiare, ha riaperto il dibattito sulla composizione sociale del consenso elettorale nel nostro paese.

La controreplica della premier

La reazione di Palazzo Chigi non si è fatta attendere, con la premier Meloni che ha prontamente respinto al mittente l'analisi del leader democratico, definendola il sintomo di una presunta supponenza intellettuale che da sempre caratterizzerebbe il principale partito di opposizione. Secondo la presidente del Consiglio, ridurre il voto degli italiani a un mero dato anagrafico o a un titolo di studio rappresenterebbe una semplificazione inaccettabile e, soprattutto, un modo per delegittimare il consenso popolare verso il centrodestra.

La discussione, alimentata dai rispettivi schieramenti sui social network, ha rapidamente superato i confini della mera contrapposizione politica per trasformarsi in un acceso confronto sociologico, dove le statistiche e le percezioni personali si scontrano quotidianamente.

Cosa dicono i numeri della Luiss

A gettare acqua sul fuoco, o forse ad alimentarlo ulteriormente, ci hanno pensato i dati oggettivi elaborati dall'Istituto Cise della Luiss, che in occasione delle elezioni europee del 2024 avevano già fotografato una tendenza precisa e consolidata.

Le rilevazioni dell'ente di ricerca mostrano come la forbice tra istruzione e orientamento di voto sia effettivamente significativa: tra i laureati, il consenso verso le forze di sinistra e centrosinistra tocca punte che superano abbondantemente il 40 per cento, mentre tra chi possiede al massimo la licenza media la percentuale si dimezza, attestandosi su valori ben più bassi.

Sul fronte opposto, l'elettorato di destra raccoglie i suoi consensi più ampi proprio nelle fasce meno scolarizzate, dove la percentuale di voti supera ampiamente quella registrata tra i possessori di un titolo di studio elevato. È un fenomeno, quello evidenziato dal Cise, che non rappresenta una novità assoluta nel panorama delle scienze politiche, ma che in Italia assume contorni particolarmente marcati, quasi a delineare una geografia elettorale che ricalca fedelmente le disuguaglianze formative del paese.

Il rischio della supponenza e il cortocircuito democratico

La vera questione, al di là della fondatezza statistica dell'affermazione di Bonaccini, rischia però di essere un'altra e riguarda il modo in cui la politica interpreta e comunica questi dati. Da un lato, la destra cavalca l'onda del risentimento contro quelle che vengono percepite come élite culturali chiuse in una bolla, mentre dall'altro il Partito Democratico sembra cadere spesso nella trappola di un approccio che, anche quando supportato da numeri, viene letto come paternalistico e lontano dai bisogni reali della gente comune.

La citazione, forse abusata ma sempre calzante, de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ("Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi") sembra descrivere perfettamente l'impasse del principale partito di opposizione, che fatica a uscire da una dimensione interpretativa della realtà che appare spesso sganciata dal vissuto quotidiano di una larga fetta della popolazione. La polemica, insomma, non è solo sui numeri, ma sulla capacità dei partiti di parlare un linguaggio comprensibile a tutti senza scadere nella retorica o nella presunzione intellettuale.

La memoria storica del voto operaio

C'è un altro elemento, forse il più profondo, che emerge da questa vicenda e che riguarda la mutazione antropologica del voto in Italia. Se fino a qualche decennio fa l'operaio e il lavoratore manuale erano considerati il serbatoio naturale della sinistra, oggi quel bacino si è spostato progressivamente verso destra, lasciando i partiti tradizionali di centrosinistra a corto di riferimenti culturali e sociali.

Il ceto medio e i lavoratori, un tempo pilastri dell'elettorato progressista, sembrano aver compiuto una migrazione politica che né i sondaggi né le analisi sociologiche erano riuscite a prevedere con tale intensità. Il fenomeno, comune a molte democrazie occidentali, assume in Italia una velocità di trasformazione che sorprende gli stessi addetti ai lavori, i quali assistono a un riallineamento delle fedeltà politiche che segue logiche sempre più legate alla percezione della sicurezza, dell'identità e del riconoscimento sociale piuttosto che alla tradizionale appartenenza di classe.

L'analisi oltre lo scontro contingente

Aldilà delle inevitabili strumentalizzazioni elettorali, il dibattito sollevato dalle parole di Bonaccini costringe a una riflessione più ampia sul ruolo dell'istruzione come fattore di partecipazione democratica. Non si tratta di stabilire se chi ha studiato sia moralmente o intellettualmente superiore, ma di comprendere come il sistema formativo influenzi l'approccio alla complessità e la capacità di decifrare la realtà politica.

I dati Cise-Luiss, del resto, non fanno che certificare una correlazione già osservata in numerosi altri contesti europei, dove il livello di scolarizzazione resta uno dei predittori più affidabili del comportamento di voto. Quello che cambia, di paese in paese, è l'intensità di questa correlazione e il modo in cui le forze politiche scelgono di interpretarla, se cioè come un dato oggettivo da analizzare con spirito critico o come un'arma di delegittimazione reciproca.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.