La destra attacca Bonaccini e lui replica: "Criticavo la sinistra, non gli elettori"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le parole di Stefano Bonaccini continuano a tenere banco nel dibattito politico e a provocare reazioni a catena, con Fratelli d'Italia che ha scelto di alzare il muro e di rispondere per le rime a quelle che definisce affermazioni "snob" e fuori dal tempo.

L'ultima bordata arriva da Ferrara, dove la coordinatrice comunale Chiara Scaramagli ha preso di petto l'europarlamentare dem, rinfacciandogli un approccio che, a suo dire, riporterebbe in auge la vecchia abitudine della sinistra di dividere il Paese in due categorie distinte: cittadini di serie A, quelli che votano a sinistra, e cittadini di serie B, quelli che – per scarsa istruzione o per condizioni sociali disagiate – finirebbero per subire il fascino della destra.

La Scaramagli, in una nota diffusa dal partito, ha parlato di "perplessità" e ha accusato Bonaccini di guardare con sufficienza a chi la pensa diversamente, come se il titolo di studio dovesse diventare una sorta di lasciapassare per la correttezza politica o, peggio, per la legittimità stessa del voto.

Le parole incriminate e il contesto del discorso

Per ricostruire esattamente la genesi della polemica, occorre tornare ad Albenga, dove Bonaccini aveva partecipato a un evento pubblico e, nel corso di un intervento piuttosto articolato, aveva provato a mettere il dito nella piaga di una sinistra che, secondo lui, ha smarrito il contatto con fasce intere della popolazione.

La sua analisi, suffragata da dati e ricerche sociologiche che circolano ormai da tempo negli ambienti accademici e tra gli istituti di sondaggio, partiva da un'osservazione per molti versi scomoda: il voto a favore di Donald Trump, la spinta per la Brexit, l'affermazione di Marine Le Pen in Francia e, in Italia, il consenso raccolto da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e – forse – da Roberto Vannacci, trova un suo zoccolo duro proprio tra chi ha un livello di istruzione più basso, tra chi risiede nelle periferie delle grandi città o nelle aree interne del Paese e tra chi attraversa maggiori

Difficoltà economiche. Un dato statistico, insomma, che non mirava a giudicare l'intelligenza degli elettori ma a fotografare un fenomeno politico e sociale su cui, a suo avviso, la sinistra dovrebbe interrogarsi con umiltà invece di limitarsi a condannare.

Tuttavia, come spesso accade quando si mettono piedi in territori minati, la frase è stata rapidamente estrapolata dal contesto e trasformata in un titolo tagliente, quasi fosse una sentenza: "Chi vota a destra ha studiato poco". Una semplificazione che ha fatto subito il giro dei social e che ha permesso alla destra di montare la polemica e di ribaltare la narrazione, presentando Bonaccini come un intellettuale saccente e distaccato dalla realtà popolare.

Proprio su questa linea si è inserita la coordinatrice ferrarese di Fratelli d'Italia, che ha colto l'occasione per rinfrescare la memoria politica e per ricordare come la sinistra abbia spesso peccato di supponenza nei confronti di chi non condivide le sue posizioni, quasi che il consenso elettorale debba essere misurato con il metro del diploma o della laurea.

Il faccia a faccia a Bellaria tra Bonaccini e Fidanza

Il botta e risposta, però, non si è fermato alle dichiarazioni di partito e ha trovato un palcoscenico ancora più acceso a Bellaria, in provincia di Rimini, dove il 31 agosto si è svolto il convegno conclusivo del gruppo Ecr, i conservatori e riformisti europei. Bonaccini, che aveva accettato l'invito a partecipare al dibattito in tempi non sospetti – cioè prima che scoppiasse la bufera – si è trovato a tu per tu con Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia a Bruxelles, in un confronto tesissimo e giocato tutto sul filo del rasoio.

Il presidente del Pd, pur consapevole dell'atmosfera rovente, non ha arretrato di un passo e ha ribadito la natura statistica della sua osservazione, precisando che non intendeva affatto bollare gli elettori di centrodestra come ignoranti o superficiali, ma piuttosto lanciare un allarme dentro la sua stessa coalizione.

Secondo quanto riferito da fonti presenti in sala, Bonaccini avrebbe tenuto il punto con fermezza, spiegando che il problema non è la destra ma la sinistra, cioè il centrosinistra che non sa più intercettare il disagio e la rabbia di chi si sente abbandonato dallo Stato e guarda altrove per cercare risposte. La sua tesi, in fondo, era un invito a non nascondersi dietro un'alzata di spalle e a fare i conti con una realtà che i numeri descrivono in modo inequivocabile: il voto populista e sovranista cresce proprio laddove la fiducia nelle istituzioni e nei partiti tradizionali è più bassa.

Un tema, questo, che attraversa l'intera Europa e che richiederebbe una riflessione collettiva, al di là delle strumentalizzazioni di corto respiro.

La solidarietà del sindaco di Castelfranco e il rischio della semplificazione

In questo mare di polemiche, è arrivato anche un segnale di vicinanza concreto a Bonaccini, proveniente dal sindaco di Castelfranco Emilia, che ha scelto di schierarsi apertamente dalla sua parte con un post dai toni misurati ma decisi. Il primo cittadino, infatti, ha dichiarato di stare con Bonaccini non per la frase incriminata, estrapolata e trasformata in una sentenza da social, ma per la sua ostinazione nel guardare i numeri e nel porsi domande scomode.

Il sindaco ha condiviso l'analisi secondo cui il centrosinistra ha smarrito il contatto con gli operai, i lavoratori e chi vive in periferia, e ha ribadito che se oggi una persona che per anni ha considerato la sinistra la propria casa sceglie il centrodestra pensando di trovare maggiore tutela, allora quel problema va affrontato senza girarci intorno e senza rifugiarsi nella retorica dell'antifascismo facile o del moralismo a buon mercato.

Proprio questo intervento, per certi versi, ha riportato la discussione su un piano più concreto e meno ideologico, mostrando come all'interno dello stesso campo progressista ci sia chi riconosce la portata del cortocircuito e non si accontenta di liquidare la questione come un semplice errore di comunicazione.

Del resto, il dibattito sul rapporto tra istruzione, condizioni sociali e voto è antico e non riguarda soltanto l'Italia: in molti paesi occidentali si registra una polarizzazione crescente tra i laureati, che tendono a votare per i partiti progressisti, e i diplomati o i meno istruiti, che si orientano sempre più verso forze populiste o conservatrici. Un fenomeno complesso, che intreccia economia, cultura, identità e percezione della sicurezza, e che non si può ridurre a una battuta o a un titolo ad effetto.

Le responsabilità della comunicazione politica nell'era dei social

Quel che emerge, al di là delle posizioni di campo, è la difficoltà della politica a gestire il linguaggio in un'epoca in cui ogni frase viene immediatamente decontestualizzata e trasformata in un contenuto virale, spesso privo di sfumature. Bonaccini, che pure aveva costruito il suo ragionamento su basi statistiche e su un'analisi ponderata dei dati, si è trovato suo malgrado a difendersi da un'accusa che non aveva previsto e che rischia di appiccicarli addosso l'etichetta di intellettuale snob, distante dalla gente comune.

I suoi detrattori, d'altro canto, hanno abilmente cavalcato l'onda dello sdegno per ribadire un concetto che è ormai un cavallo di battaglia della destra italiana: la sinistra non capisce più il popolo, lo giudica, lo compatisce e, quando perde le elezioni, trova sempre una scusa nelle presunte carenze culturali degli elettori. Un'accusa pesante, che certo non facilita il dialogo e che rischia di cristallizzare posizioni già di per sé molto distanti.

Nel frattempo, Fratelli d'Italia ha raccolto il testimone della polemica e la sta utilizzando come un'ulteriore prova della distanza incolmabile tra il Pd e quelle fasce sociali che, un tempo, ne costituivano l'elettorato tradizionale. Le parole di Scaramagli, del resto, sono chiare e nette: il titolo di studio non può e non deve diventare un'identità politica, e attribuire a chi non ha una laurea una sorta di minore capacità di orientamento nel voto è un atteggiamento che sa di arroganza e di vecchio paternalismo.

Una critica che, al di là delle strumentalizzazioni, intercetta un sentimento diffuso tra molti cittadini che si sentono guardati dall'alto in basso da una classe dirigente che fatica a capirne i bisogni e le paure. E che forse, proprio per questo, merita una risposta che vada oltre la difesa d'ufficio e che entri nel merito delle politiche concrete per ricucire lo strappo.

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