La morte di Belfiore e il funerale negato: il questore di Torino vieta le esequie pubbliche per il boss mandante dell'omicidio Caccia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La salma di Domenico Belfiore, il boss della ‘ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni nell’ospedale di Chivasso, non riceverà l’estremo saluto in chiesa, e il suo corteo funebre non potrà sfilare per le strade del comune torinese. Il questore di Torino, Massimo Gambino, ha infatti dettato prescrizioni rigorose per le esequie dell’ergastolano – fu condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno del 1983 – imponendo che la sepoltura avvenga in forma strettamente privata e senza alcuna cerimonia religiosa pubblica -1-3. Una decisione, quella adottata per ragioni di ordine pubblico, che mette la parola fine alle polemiche divampate nei giorni scorsi, quando si era appreso che il parroco della chiesa Madonna del Loreto di Chivasso, don Tonino Pacetta, era intenzionato a celebrarle, affermando di non avere ricevuto indicazioni ostative dalla Curia e di voler affidare quell’uomo a Dio come si farebbe con qualsiasi peccatore, spettando solo al Signore il giudizio finale -1-10.

La prescrizione del questore e il dibattito sulla misericordia

La misura adottata da Gambino, che va a incidere direttamente sul divieto del corteo e della funzione in parrocchia, arriva dopo un acceso dibattito che ha coinvolto personalità religiose e associazioni antimafia, sollevando il velo su una questione spinosa e ricorrente: la tensione tra la misericordia cristiana, che non si nega a nessun defunto, e l’inopportunità di concedere onori quasi solenni a chi, in vita, ha seminato violenza e morte senza mai mostrare un segno di pentimento. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, era stato particolarmente duro al riguardo, sottolineando come una messa solenne per un mafioso non pentito non sia un semplice atto di preghiera, ma finisca per equiparare un uomo di sangue ai santi, trasformandosi in una ferita ulteriore per i familiari delle vittime e in un messaggio pericoloso per l’intera collettività: quello che il dolore di chi ha perso una persona cara per mano della criminalità possa essere messo da parte.

Il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera, la cui diocesi include la parrocchia di Chivasso, aveva invece inizialmente assunto una posizione più cauta, distinguendo tra il foro interno della coscienza – dove un eventuale pentimento, anche in extremis, resta inaccessibile agli occhi umani – e il foro esterno dei comportamenti visibili, e aveva concordato con la famiglia un rito improntato alla massima sobrietà -1. Una linea, questa, che sembrava voler tenere separato il piano pastorale da quello civile, ma che di fatto non aveva spento le critiche, alimentate anche dalla memoria di quanto accaduto in passato con i fasti funebri riservati ad altri boss, come quelli del clan Casamonica a Roma, che avevano suscitato lo sdegno di molti, tra cui l’arcivescovo Michele Pennisi, da sempre in prima linea contro la celebrazione pubblica dei mafiosi -2-9.

L’amarezza della figlia della vittima e i misteri irrisolti

Sullo sfondo di questa vicenda, che ha riportato alla luce una delle pagine più cupe della cronaca nera piemontese, resta il dolore e la frustrazione della famiglia Caccia. Paola, figlia del magistrato ucciso, ha appreso della morte di Belfiore e della successiva decisione di vietare il funerale pubblico con sentimenti contrastanti, in cui l’amarezza per una verità ancora monca prevale su qualsiasi altro aspetto. In un’intervista all’ANSA, ha dichiarato di non nutrire sentimenti di odio o vendetta, ma di provare un forte senso di frustrazione, perché con la scomparsa del boss si chiude definitivamente ogni spiraglio per fare piena luce su quel delitto. Belfiore, del resto, nonostante i trent’anni trascorsi in carcere, non ha mai ammesso le proprie responsabilità, non ha mai collaborato con la giustizia e ha continuato a negare persino il suo ruolo di rilievo nella ‘ndrangheta, portandosi nella tomba i segreti e i mandanti occulti di quell’agguato che, per molti inquirenti e per la stessa famiglia Caccia, non può essere stato deciso unicamente dalla cosca calabrese.

Era malato da tempo, Belfiore, e dal 2015 si trovava agli arresti domiciliari proprio per le sue gravi condizioni di salute, dopo una vita trascorsa a consolidare il potere della ‘ndrina Belfiore tra Torino e Moncalieri, scoprendo per primo le potenzialità del riciclaggio e dello spaccio nel Nord Italia -5. Negli ultimi anni, in un tentativo grottesco di rimodellare la propria immagine, si era persino presentato sui social network come un “creator digitale”, pubblicando disegni di cavalli e definendo con l’eufemismo di “ferie” i decenni di ergastolo che stava scontando, senza mai rinnegare i codici della criminalità organizzata né fare ammenda -7.

Il silenzio del sepolcro e il rispetto per le vittime

Ora, con il provvedimento del questore Gambino che ha di fatto impedito la spettacolarizzazione del lutto, la salma del boss sarà tumulata in forma privata, verosimilmente nelle prime ore del mattino per scongiurare assembramenti e manifestazioni di cordoglio che sarebbero parse, a dir poco, oltraggiose. La decisione dell’autorità di pubblica sicurezza ha recepito la necessità di evitare che le esequie potessero trasformarsi in un evento mediatico o, peggio, in un’occasione per riaffermare il prestigio criminale del defunto e del suo clan, un pericolo sempre concreto quando si tratta di personalità di tale spessore malavitoso. Il parroco che aveva inizialmente dato la sua disponibilità si è trovato così sollevato da un peso non indifferente, anche se la sua iniziale dichiarazione – in cui affermava di non sapere chi fosse quell’uomo e di essere al corrente della scomunica papale ma di non aver ricevuto direttive contrarie dalla Curia – aveva già acceso più di una polemica.

Il nome di Domenico Belfiore rimarrà legato a doppio filo a quello di Bruno Caccia, magistrato che coordinò indagini importanti contro le Brigate Rosse e lo scandalo dei petroli, e che fu il primo e unico procuratore capo ucciso dalle mafie nel Nord Italia -1. Con la morte del boss, avvenuta per un infarto che lo ha colto in ospedale, si chiude un capitolo giudiziario, ma non si chiude la ferita per chi, come Paola Caccia, continua a domandarsi se dietro quel proiettile non ci fossero mandanti e interessi ben più potenti e ramificati di quelli della sola ‘ndrangheta, ipotesi che gli investigatori dell’epoca e quelli successivi non hanno mai potuto verificare fino in fondo -5. Il funerale negato diventa, in questo senso, non solo una misura di ordine pubblico, ma anche un doveroso atto di rispetto verso la memoria di chi, come il procuratore Caccia, ha pagato con la vita la sua lotta contro la criminalità.

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