Milo Infante, il grande rimpianto della Rai: il boom storico contro Nuzzi e l’occasione (persa) su Garlasco

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È una di quelle decisioni aziendali che sfidano ogni logica del diretto concorrente, soprattutto quando i numeri, che di solito non mentono mai, raccontano una storia diametralmente opposta. Ieri sera, 8 maggio 2026, il panorama televisivo italiano ha assistito a un vero e proprio terremoto di ascolti nella fascia prime time: il talk di cronaca “Ore 14 Sera”, condotto da Milo Infante e scivolato (quasi per inerzia) nel vuoto lasciato dal daytime sospeso, ha letteralmente polverizzato la concorrenza diretta. Con un pubblico di 1 milione e 193mila spettatori, pari al 9.6% di share, il programma di Rai 2 ha messo in riga “Quarto Grado”, lo storico contenitore di Rete 4 guidato da Gianluigi Nuzzi, che si è dovuto accontentare invece di 1 milione e 129mila telespettatori e di un 9%. Una vittoria, per quanto simbolica, che certifica la solidità di un prodotto informativo capace di ritagliarsi uno spazio sempre più importante, anche a scapito delle reti generaliste concorrenti.

L’addio al pomeriggio e il caso Garlasco come traino

Il paradosso, che aleggia come una nube minacciosa sulla dirigenza di viale Mazzini, è che questo successo arriva proprio nel momento in cui l’edizione pomeridiana del programma, quella storica fascia delle 14, viene sacrificata sull’altare degli eventi sportivi. Da ieri, 8 maggio, il posto di “Ore 14” è stato ufficialmente preso dal Giro d’Italia, una scelta che lascia l’amaro in bocca soprattutto se si considera il momento di grazia mediatica della trasmissione. Il caso di Garlasco, con gli ultimi, drammatici sviluppi giudiziari che vedono Andrea Sempio al centro delle attenzioni della Procura di Pavia, sta monopolizzando l’attenzione del pubblico. Venerdì scorso, l’appetito per gli aggiornamenti era tale che la prima serata di Rai 2 e quella di Rete 4, entrambe focalizzate sul delitto di Chiara Poggi, hanno totalizzato complessivamente quasi il 20% di share, tenendo incollati allo schermo milioni di italiani.

Milioni di spettatori, si fa per dire, che però non sono bastati per fermare la mannaia del palinsesto. Nella sua ultima puntata pomeridiana, andata in onda giovedì 7 maggio, Milo Infante non ha potuto fare a meno di salutare il suo pubblico con un misto di commozione (legittima) e di sottile polemica. «Dobbiamo chiudere veramente, siamo arrivati alla fine della stagione di Ore 14», ha esclamato il giornalista, sottolineando come quella chiusura rappresenti la fine di un «viaggio» di cui, al momento, non si conosce la data di ripartenza. Un messaggio chiaro, che tra le righe lascia intendere come il ritorno a settembre non sia poi così scontato, nonostante i risultati record di questo ciclo 2025. Contro le fake news (che volevano il programma in calo), Infante ha esibito il contatore: una media che dall’iniziale 3.5% è volata fino all’8.5% fisso, toccando punte dell’11% proprio nelle ultime serate dedicate all’inchiesta sulla villetta di via Pascoli.

L’occasione persa e il futuro in bilico

Ciò che rende paradossale la vicenda è la tempistica. La Rai decide di “spegnere” la voce più calda del pomeriggio proprio mentre l’attenzione sulla cronaca nera raggiunge il livello più alto degli ultimi anni. Certo, la versione serale (“Ore 14 Sera”) è stata salvata e continuerà a presidiare la fascia notturna fino a giugno, ma lo slot delle 14 (che ha visto una crescita esponenziale di ascolti con 1 milione e 145mila spettatori solo mercoledì 6 maggio) -6 verrà occupato dalla carovana Rosa. Per i telespettatori più affezionati, quelli che hanno seguito passo passo le intercettazioni ambientali di Andrea Sempio, i soliloqui e i presunti “colpi di scena” emersi dalle carte della Procura, l’unica consolazione sarà quella di ritrovare Infante in prima serata. Lui, dal canto suo, ha promesso battaglia: «Faremo di tutto per tornare a settembre» -9, consapevole forse di aver costruito, tra mille difficoltà e contro i pronostici di chi lo dava per finito, una macchina dell’informazione troppo solida per essere fermata così, da un giorno all’altro.

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