La violenza inutile e l'indifferenza della folla: la ferita aperta di Milano
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Redazione Interno
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Un episodio di crudeltà gratuita, avvenuto nella centralissima corso Buenos Aires mentre decine di persone assistevano senza muovere un dito, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla deriva di alcune bande di giovanissimi. Quattro quindicenni, infatti, sono stati aggrediti e rapinati da un gruppo composto da tre minorenni e un maggiorenne, tutti noti alle forze dell’ordine. La dinamica, come raccontata dalla madre di una delle vittime in una lettera al direttore, rivela non solo la ferocia dell’atto ma anche il distacco di una città che sembra assuefatta. "Decine di persone hanno visto cosa succedeva senza intervenire", scrive la donna, ponendo una domanda lancinante su cosa stia rendendo Milano sempre più invivibile. Quel che colpisce, al di là del furto di oggetti di poco conto, è l’apparente assenza di uno scopo razionale, se non quello, più sinistro, di umiliare la vittima.
La pedagogia della crudeltà: il piacere del male altrui
A dare una chiave di lettura al fenomeno è il pensiero di un pedagogista, il quale evoca il concetto di "violenza inutile" trattato da Primo Levi. Secondo lo studioso, l’obiettivo di tali aggressioni va ben oltre il mero guadagno materiale, che spesso si riduce a pochi spiccioli o un capo di abbigliamento. Il motore vero, spiega, risiederebbe nel "godere del dolore altrui", nel trarre piacere dalla sottomissione e dall’umiliazione inflitta. Una dinamica che ricorda da vicino quella del branco, dove l’atto violento diventa fine a se stesso, un rituale di affermazione di potere su chi è più debole. La cronaca nera milanese, purtroppo, registra con una certa frequenza episodi analoghi, che vedono protagonisti adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti "maranza", i quali agiscono con una spietatezza che sembra annullare qualsiasi empatia.
Il racconto straziante: le voci che squarciano l’indifferenza
La lettera della madre offre uno spaccato umano che va oltre i freddi dati di cronaca. La donna riporta i dettagli più struggenti narrati dal figlio, come il comportamento contrastante del più piccolo tra gli aggressori, che durante l’azione esortava i complici a desistere e che, una volta in questura, è stato colto da un pianto disperato. "Un’immagine che non riesce a smettere di straziarmi il cuore", confessa. Quel particolare, quasi un lampo di umanità in un contesto di brutale violenza, diventa il simbolo di un disagio più profondo e diffuso. Sono queste voci, queste testimonianze dirette, che possono servire a scuotere la coscienza collettiva, a svegliare quella "città degli indifferenti" che ha guardato senza vedere. La madre non chiede vendetta, ma riflessione, indicando nei "maranza" non solo un problema d’ordine pubblico ma un’autentica emergenza sociale da comprendere nelle sue radici.
Oltre la pancia: la necessità di un approccio razionale
L’episodio, come altri simili, impone di affrontare il tema della sicurezza con strumenti che vadano oltre la semplice reazione emotiva. La paura e la rabbia, sebbene comprensibili, rischiano di offrire soluzioni miopi. Le voci che si sono levate dai quartieri colpiti, come quella della famiglia del quindicenne aggredito, indicano la necessità di un’analisi più complessa, che sappia indagare le cause di un fenomeno giovanile così disturbante. Occorre interrogarsi sul perché certi ragazzi trovino nella violenza di gruppo una forma di riconoscimento e di piacere, e su quale ruolo giochino, in questo, il tessuto sociale e le istituzioni educative. La risposta non può limitarsi alla repressione, ma deve coinvolgere una comunità, che in quel caso ha mostrato il suo volto più apatico, chiamandola a una responsabilità condivisa nel prevenire che certi semi di violenza attecchiscano.




