Domestico ucciso a Milano, il gip: "La versione del ladro è inverosimile"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Milano – "Era già morto quando l’ho visto". È questa la spiegazione – fragile e contraddittoria – fornita da Dawda Bandeh, il 28enne gambiano arrestato per l’omicidio di Angelito Acob Manansala, il collaboratore domestico filippino trovato senza vita in un’abitazione di via Randaccio lo scorso 20 aprile. Una ricostruzione che il giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro ha definito "inverosimile", convalidando il fermo e disponendo la custodia cautelare in carcere su richiesta del pm Andrea Zanoncelli.

Bandeh, che aveva scavalcato il cancello della villa alle 8.38 di Pasqua, ha sostenuto di aver girovagato nei dintorni per mezz’ora prima di introdursi nell’appartamento, dove avrebbe trascorso quasi dieci ore tra pasti e sonno, senza ricordare l’aggressione. Una dinamica che stride con i riscontri investigativi: l’uomo, secondo gli accertamenti, si sarebbe mosso con "lucida attenzione", cambiandosi d’abito dopo il delitto e uscendo più volte dalla casa, prima di essere sorpreso dal proprietario, un imprenditore israeliano di 52 anni rientrato con la famiglia in serata.

Quel che emerge dalle indagini – definite dal gip una "vicenda agghiacciante" – è un quadro in cui l’indagato avrebbe agito con "destrezza", avendo come "fine ultimo" l’omicidio della vittima, strangolata a mani nude. Le incongruenze non si limitano alla presunta amnesia: Bandeh avrebbe infatti lasciato tracce incompatibili con la sua versione, incluso il ritrovamento di indumenti sostituiti in fretta, segno di una consapevolezza che contrasta con il suo racconto di smarrimento.

L’interrogatorio di garanzia non ha scalfito le accuse. Pur ammettendo l’ingresso nell’abitazione, Bandeh ha ripetuto di non ricordare l’aggressione, descrivendosi "disorientato". Ma per il magistrato, i tempi e i movimenti ricostruiti dalla polizia smentiscono questa tesi, dipingendo invece il ritratto di un uomo che ha agito con metodo, fino a cancellare le prove del proprio passaggio.

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