Il piccolo razzo "Nell" e il volo di 2,5 secondi che cento anni fa cambiò tutto
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il freddo di quella mattina del 16 marzo 1926, ad Auburn, nel Massachusetts, non era poi così diverso da quello che, decenni dopo, avrebbe avvolto le notti di Cape Canaveral prima dei lanci dell'Apollo. Robert H. Goddard, un professore di fisica avvolto in un pesante cappotto, era lì, in un campo della fattoria di famiglia, a controllare un oggetto bizzarro, una struttura di tubi sottili alta circa tre metri, che qualcuno con affetto aveva soprannominato "Nell". L'idea che quel razzo, alimentato da una miscela di ossigeno liquido e benzina – una soluzione che per l'epoca appariva quantomeno ardita – potesse sollevarsi dal suolo innevato era, per i più, pura follia. E invece, per un lasso di tempo che oggi definiremmo irrisorio, appena due secondi e mezzo, "Nell" si staccò da terra, in un volo che lo portò a malapena a sfiorare i dodici metri d'altezza, per poi ricadere a una cinquantina di metri di distanza, schiantandosi contro il ghiaccio e la neve.
Quella traiettoria brevissima, lenta e per certi versi goffa, rappresentò però un'autentica rivoluzione copernicana. Per la prima volta, un principio su cui Goddard lavorava da anni – la possibilità di controllare la spinta attraverso la combustione di propellenti liquidi – usciva dalla dimensione teorica dei suoi studi e dei suoi appunti, quei primi brevetti depositati già nel 1914, per diventare realtà tangibile. Mentre i suoi contemporanei guardavano con scetticismo, se non con aperta derisione, a quelle che consideravano stravaganze da scienziato fuori dal mondo – il New York Times arrivò a deridere pubblicamente le sue teorie sulla propulsione nel vuoto – Goddard procedeva ostinato, finanziato da qualche borsa di studio dello Smithsonian e dalla passione di pochi collaboratori.
Il paradosso, ed è qui che la storia si fa interessante, è che il lavoro di questo professore americano venne preso molto più seriamente altrove che in patria. Mentre gli Stati Uniti mostravano un disinteresse sostanziale per la missilistica, considerata poco più di un esercizio accademico, in Germania le teorie di Goddard venivano studiate con attenzione, gettando le basi per i razzi V-2 che anni dopo avrebbero seminato terrore sull'Europa. Lo stesso Goddard, consapevole delle potenziali applicazioni belliche delle sue scoperte, aveva previsto questa corsa agli armamenti, scrivendo in una lettera del 1923 di non essere affatto sorpreso dall'interesse che i tedeschi stavano iniziando a mostrare per i missili.




