L’alba silenziosa del volo spaziale, cent’anni fa nel frutteto di Goddard

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il 16 marzo 1926, in un campo di Auburn, nel Massachusetts, il silenzio di una fredda mattina del New England venne squarciato da un boato destinato a segnare il destino dell’umanità, sebbene in pochi, in quel preciso istante, potessero realmente coglierne la portata. A compiere l’impresa – che oggi, a distanza di un secolo, si rivela come l’atto di nascita dell’era spaziale – fu un professore di fisica di nome Robert Hutchings Goddard, il quale decise di testare un’invenzione che gli era costata anni di studi, di calcoli e di ostinazione contro lo scetticismo generale. Il protagonista di quella giornata, un piccolo razzo ribattezzato affettuosamente “Nell”, era lungo più o meno quanto un braccio umano e presentava una caratteristica all’epoca inaudita: la propulsione a liquido, alimentata a benzina e ossigeno liquido. Quel razzo, che si sollevò da terra per soli 41 piedi (circa 12,5 metri) in un volo durato appena due secondi e mezzo, dimostrò concretamente che la propulsione liquida non solo era possibile, ma costituiva la chiave per sfuggire alla presa della gravità.

L’idea “ridicola” che anticipò la scienza missilistica

Le fondamenta di quel volo, tuttavia, affondavano in un terreno ben più duro di quello del frutteto della zia Effie, dove avvenne il lancio. Goddard, che già nel 1920 aveva iniziato a esplorare matematicamente il potenziale energetico di vari combustibili, compresi l’idrogeno e l’ossigeno liquidi, si scontrò con l’incredulità del mondo accademico e della stampa. Un celebre editoriale del *New York Times* del gennaio 1920 lo derise apertamente, sostenendo che un razzo non avrebbe mai potuto funzionare nel vuoto dello spazio perché mancava l’aria per spingere le fiamme; lo accusarono, in sostanza, di ignorare le leggi della fisica insegnate nei licei, una valutazione che il quotidiano avrebbe poi ritrattato in modo clamoroso soltanto nel luglio 1969, a ridosso dello sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna. Nonostante i finanziamenti statunitensi scarseggiassero, Goddard trovò un alleato fondamentale nell’aviatore Charles Lindbergh, il cui intervento gli permise di ottenere un sostegno dal Fondo Guggenheim per la Promozione dell’Aeronautica. Fu così che il fisico poté trasferirsi a Roswell, nel Nuovo Messico, dove dal 1930 al 1942 realizzò ben 31 lanci, perfezionando sistemi di controllo e stabilizzazione che avrebbero costituito l’ossatura dei razzi a venire, incluso uno che raggiunse la quota di 2.400 metri superando la velocità del suono.

Dall’isolamento alla corsa agli armamenti

Mentre Goddard conduceva i suoi esperimenti quasi nell’ombra, senza il sostegno ufficiale di Washington, la tecnologia che aveva brevettato varcò l’oceano. La Germania nazista, che ne comprese immediatamente il potenziale militare, sviluppò i concetti di propulsione liquida fino a realizzare il razzo V-2, un’arma balistica che, pur con effetti devastanti durante il conflitto, rappresentava un salto tecnologico generazionale rispetto ai prototipi del Massachusetts. Fu solo dopo la guerra, con l’arrivo negli Stati Uniti di ingegneri come Wernher von Braun, che il Paese riuscì a colmare il divario. Il lavoro iniziato da Goddard trovò quindi una doppia applicazione: da un lato alimentò la Guerra Fredda, portando allo sviluppo dei missili balistici intercontinentali (ICBM) come i Titan e gli Atlas, e dall’altro permise l’esplorazione civile. L’adattamento del missile Jupiter-C, derivato da quelle ricerche, lanciò il primo satellite statunitense, Explorer 1, nel 1958, mentre i motori a combustibile liquido del Saturn V, vera e propria evoluzione dei concetti di Goddard, permisero a Neil Armstrong e Buzz Aldrin di posare piede sulla Luna nel 1969.

L’eredità di Nell nell’era di Artemis

Oggi, mentre l’agenzia spaziale statunitense si prepara al lancio della missione Artemis II, che rappresenta il primo volo umano verso la Luna dai tempi del programma Apollo, il legame con quel lontano 1926 si fa più evidente che mai. Gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen sono pronti a salire a bordo della capsula Orion, spinta dal gigantesco Space Launch System (SLS), un colosso che utilizza gli stessi principi di propulsione criogenica – ossigeno liquido e idrogeno – immaginati un secolo fa dal fisico di Worcester. La meccanica celeste, d’altronde, impone i suoi tempi: dopo un problema tecnico risolto su una guarnizione del sistema di elio, il lancio è stato fissato per l’inizio di aprile, a testimonianza di come, anche nell’era della tecnologia digitale e dei materiali compositi, la sfida dello spazio resti ancorata a quelle leggi fisiche che Goddard fu il primo a domare con un piccolo razzo alimentato a benzina. La sua eredità è talmente radicata che la NASA ha intitolato a lui il Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland, uno dei suoi principali centri di ricerca, riconoscendo in quell’uomo che testava razzi in un frutteto il vero padre della propulsione moderna.

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