Microplastiche, l'invasione silenziosa nel Corpo umano
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Redazione Salute
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Le microplastiche, quei frammenti inferiori a cinque millimetri che provengono dalla disintegrazione di materiali plastici di ogni genere, hanno ormai superato ogni confine ambientale per stabilirsi, in maniera subdola e pervasiva, all'interno del corpo umano. Le ricerche più recenti, le quali non fanno che confermare una tendenza ampiamente prevista ma non per questo meno allarmante, le hanno identificate in organi cruciali come i polmoni e il cervello, ma anche in matrici biologiche un tempo considerate incontaminate, quali la placenta e il latte materno. Una stima, avanzata in un'analisi del 2023 e che fa riflettere sulla portata del fenomeno, calcola che nel nostro flusso sanguigno possano circolare, in media, fino a un milione di queste particelle, un dato che trasforma un'ipotesi remota in una realtà con la quale è necessario confrontarsi.
L'attacco al "secondo cervello"
La preoccupazione principale non deriva soltanto dalla loro mera presenza, bensì dalle interazioni che queste particelle instaurano con i nostri sistemi biologici. Uno studio condotto dalla Medical University di Graz, sebbene di dimensioni ridotte, ha gettato una luce inquietante su uno dei meccanismi potenziali attraverso cui le microplastiche esercitano i loro effetti. Secondo i ricercatori austriaci, le particelle più sottili di un capello avrebbero la capacità di alterare l'ecosistema del microbiota intestinale, quell'insieme complesso di batteri, funghi e virus che popola il nostro apparato digerente e che viene spesso definito, non a caso, il nostro "secondo cervello". È proprio questo attacco a un centro di regolazione così vitale che viene associato a un aumento del rischio di sviluppare patologie gravi, dal cancro alla depressione, segnalando una connessione profonda tra l'inquinamento ambientale e la salute sistemica dell'individuo.
Nessuna bevanda è al sicuro
La via di ingresso principale di queste sostanze rimane, inevitabilmente, l'alimentazione. Una ricerca inglese, i cui esiti sono stati pubblicati sulla rivista "Science of the Total Environment", ha passato al setaccio 155 campioni tra bevande calde e fredde, dal caffè al tè, dai succhi di frutta alle bibite, senza tralasciare l'acqua del rubinetto e quella imbottigliata. Il risultato è stato univoco e non ammette eccezioni: tutte le bevande analizzate contenevano microplastiche. In particolare, gli studiosi hanno rinvenuto frammenti di polipropilene, polistirene, polietilene tereftalato e polietilene, che sono, non a caso, i materiali più comunemente impiegati per la produzione di imballaggi alimentari e di contenitori monouso, evidenziando così un circolo vizioso che dal packaging si trasferisce direttamente nel nostro organismo.
Le insidie nella conservazione domestica
A questo quadro già compromesso, si aggiunge il comportamento rischioso nelle abitazioni, dove l'uso della plastica per la conservazione e la preparazione del cibo può amplificare il problema. Scaldare pietanze nel forno a microonde utilizzando contenitori di plastica inadeguati, oppure congelarle per lunghi periodi negli stessi materiali, sono azioni che, come dimostrato da varie indagini, favoriscono il distacco di microplastiche e il rilascio di sostanze nocive negli alimenti che poi consumiamo. Si tratta di pratiche quotidiane che, sebbene comode e consolidate, nascondono delle insidie, contro le quali è possibile adottare degli accorgimenti, come preferire contenitori in vetro o ceramica per le cotture e per il congelamento, per ridurre un'esposizione che è ormai diventata cronica e ubiquitaria.




