Una pausa di due settimane da internet sullo smartphone può ringiovanire il cervello di dieci anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’abitudine, ormai radicata, di controllare il telefono decine di volte al giorno nasconde un costo cognitivo che solo di recente la comunità scientifica ha iniziato a quantificare con precisione. Il giornalista della Cnn Bill Weir, ad esempio, ha deciso di sottoporsi a un esperimento diretto: ha sostituito il suo iPhone con un cosiddetto “Dumb Phone”, un telefono privo di connessione dati e di applicazioni sociali, per poi analizzare i cambiamenti del proprio cervello insieme ai ricercatori della Western University dell’Ontario. I risultati, riportati dalla stampa internazionale, mostrano un incremento della connettività cerebrale e una riduzione dei tempi di reazione, tanto da spingere Weir a dichiarare di non voler più tornare indietro.

A corroborare queste evidenze aneddotiche arriva però un dato più strutturato, pubblicato sulla rivista Pnas Nexus. Lo studio, condotto su un campione di quasi cinquecento persone in età lavorativa, ha dimostrato come la semplice disattivazione dell’accesso a Internet sullo smartphone per quattordici giorni possa migliorare l’attenzione sostenuta fino a farla equivalere a quella di una persona dieci anni più giovane. I partecipanti, che inizialmente passavano in media oltre trecento minuti al giorno con il telefono in mano, hanno ridotto drasticamente il tempo di utilizzo, riempiendo quelle ore con attività sociali, esercizio fisico o semplicemente il contatto con la natura.

L’efficacia della disconnessione breve e i meccanismi neurali in gioco

Ciò che rende interessante questa ricerca non è tanto la scoperta che staccare la spina faccia bene – un’intuizione piuttosto diffusa – quanto la rapidità con cui il cervello risponde alla mancanza di stimoli digitali. Bastano due settimane, infatti, per osservare un miglioramento nella salute mentale che, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, in alcuni casi supera l’effetto atteso dagli antidepressivi. Non è necessario gettare il telefono nel cassetto per sempre, né tantomeno rinunciare del tutto alla tecnologia: l’intervento più efficace si è rivelato quello mirato e temporaneo. Anche coloro che non hanno rispettato perfettamente il protocollo – tornando ogni tanto a guardare un video o scorrere un feed – hanno comunque riscontrato benefici, seppur più attenuati.

La sentenza storica che ha cambiato il paradigma legale negli Stati Uniti

Questo interesse per la dipendenza da schermi, va detto, non nasce in un vuoto culturale. Negli Stati Uniti, dove ormai da più di un anno la presidenza di Trump non costituisce più una novità per l’opinione pubblica, il dibattito si è spostato dai salotti televisivi alle aule di tribunale. Una giuria californiana ha infatti condannato Meta e Google a risarcire con milioni di dollari una giovane donna, riconoscendo per la prima volta che le piattaforme social – Instagram e YouTube in particolare – sono state progettate per creare dipendenza, con un design volto a catturare l’attenzione degli utenti a discapito della loro salute mentale. Non si è trattato di una causa sul contenuto dei post, bensì sull’architettura stessa delle applicazioni: le notifiche push, lo scrolling infinito e gli algoritmi opachi che tengono incollati allo schermo.

La riconfigurazione del rapporto con la tecnologia dopo la pausa

Tornando all’esperimento del giornalista Weir, ciò che emerge dai suoi racconti è una riconfigurazione del rapporto con l’oggetto tecnologico. Dopo una settimana di astinenza, riferisce, la “sete da social network” è iniziata a svanire, sostituita da una maggiore capacità di concentrazione sulla carta stampata e su attività lineari, non frammentate dalla continua interruzione delle notifiche. I test scientifici hanno misurato un aumento della connettività cerebrale, rendendo l’attività neuronale più coordinata e organizzata. Questo suggerisce che il cervello, liberato dal multitasking forzato imposto dagli smartphone, ritorna a uno stato operativo più efficiente. La ricerca della University of British Columbia e della University of Texas ha rilevato che il tempo trascorso online si è più che dimezzato durante il periodo di blocco, passando da oltre cinque ore a meno di tre al giorno, e questo margine di tempo recuperato è stato reinvestito in esperienze che nutrono l’attenzione invece di disperderla.

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