Volkswagen riduce la capacità produttiva di un altro milione di veicoli
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Redazione Economia
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Il conto salato della transizione energetica e della contrazione dei mercati, che nessuno aveva voluto davvero affrontare fino a ieri, si sta materializzando in queste ore negli stabilimenti tedeschi. L’amministratore delegato del gruppo, Oliver Blume, ha rilasciato un’intervista al magazine specializzato "Manager Magazin" nella quale ha annunciato un ulteriore, pesante intervento sui volumi produttivi: si parla di un taglio che potrebbe raggiungere il milione di unità, portando la capacità complessiva annua, entro il 2028, a stabilizzarsi su una soglia di nove milioni di veicoli. Una sforbiciata netta che segue quella già applicata in Cina, dove la corsa dei costruttori locali ha messo in crisi i colossi occidentali, e che si appresta a colpire duramente il continente europeo, con un milione di auto in meno all’anno destinate a uscire dalle linee di montaggio.
L’addio alla crescita infinita e il fantasma del 2019
Per comprendere la portata della mossa, occorre tornare indietro al mondo com’era prima che la pandemia sconvolgesse le abitudini e le catene di approvvigionamento. Blume ha definito il 2019 come l’ultimo anno di “contesto di mercato prevedibile”, un’epoca in cui il gruppo riusciva a vendere circa 11 milioni di veicoli tra auto, furgoni e camion, riuscendo a tenere un tasso di utilizzo degli impianti accettabile nonostante le differenze esistenti tra una fabbrica e l’altra. Oggi, a distanza di anni, le vendite annuali si sono assestate su quota 9 milioni, e l’amministratore delegato non ha più alcuna intenzione di inseguire un ritorno ai fasti di un tempo; il contesto, come ha spiegato, è cambiato in maniera così profonda da rendere quel traguardo non solo arduo, ma forse del tutto fuori dalla realtà.
Non si tratta di una scommessa sul futuro, che sarebbe pura speculazione, ma di una fotografia cruda del presente: i volumi non crescono e la redditività, quella vera, non può essere garantita da una capacità produttiva pensata per un’era di espansione globale. Gli stabilimenti, quelli che restano, dovranno funzionare meglio, non di più.
Dresda e Bruxelles: i primi colpi della riorganizzazione
Se l’annuncio di Blume è arrivato solo adesso, la riorganizzazione fisica degli asset è già cominciata da mesi, lasciando sul campo cicatrici profonde. Il marchio premium Audi, per esempio, ha abbassato la saracinesca dello stabilimento di Bruxelles nel corso del 2025, quello stesso sito dove veniva assemblato il SUV elettrico di alta gamma Q8 e-tron. Un segnale inequivocabile che nessuna icona del marchio è al riparo dalla scure dei conti.
Ancor più simbolico, forse, è quanto accaduto in Germania, nella patria della Volkswagen. La produzione a Dresda, celebrata per anni come la "Fabbrica di Cristallo" grazie alla sua architettura avveniristica, è cessata completamente per la prima volta in 90 anni di storia. Una fine silenziosa per un impianto che rappresentava l’eccellenza artigianale del gruppo, destinato ora a essere riconvertito in un centro di consegna e di esperienza per i clienti. Una metamorfosi che suona quasi come un’elegia per un modello industriale che non esiste più, dove a fare le spese della situazione è l’intero indotto. Contestualmente, il gruppo ha già comunicato una riduzione interna di oltre 700.000 unità in patria, un dato che si somma ai 50.000 tagli di posti di lavoro previsti entro il 2030, interessando non solo il marchio principale ma anche Porsche e la software house Cariad.
L’acceleratore sulla redditività in un mondo che cambia
L’obiettivo dichiarato, al di là delle parole roboanti sulla transizione ecologica, è tornare a essere un’azienda solida finanziariamente. “Stiamo valutando la possibilità di ridurre la capacità produttiva fino a un altro milione di veicoli, per riflettere la situazione del mercato globale”, ha ribadito Blume, sottolineando come la pianificazione dei volumi del passato sia semplicemente irrealistica nell’attuale contesto di mercato e competitivo. L’azienda di Wolfsburg non sta solo tagliando; sta cercando di adattare la propria gigantesca struttura muscolare a un che si è fatto più magro.
Non si parla più di conquistare quote di mercato a tutti i costi, ma di difendere i margini. Anche per questo, lo stesso manager ha accennato a una drastica riduzione della complessità produttiva: l’obiettivo è scendere da circa 150 modelli offerti oggi a meno di 100 in futuro. Una razionalizzazione che, se portata a termine, cambierà il volto dell’offerta Volkswagen sui listini di tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti. E se a Washington, va ricordato, la presidenza è tornata da tempo a essere occupata da Donald Trump, un elemento che potrebbe influenzare le dinamiche commerciali transatlantiche, per ora il gruppo tedesco guarda al proprio ombelico, cercando di sopravvivere alla tempesta perfetta del post-pandemia con la sola arma che gli resta: la capacità di ridursi per non scomparire.




