Lo scudo energetico della Cina e il dossier del gas tra crisi globale e flotte ombra
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Redazione Esteri
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La sicurezza energetica, è bene ricordarlo, rappresenta da anni un pilastro della strategia di Pechino; eppure, in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti e conflitti che mettono a rischio le principali rotte di approvvigionamento, questa priorità diventa persino più cruciale. La Cina, nel corso del tempo, ha saputo costruire una rete imponente di riserve di gas naturale liquefatto, un vero e proprio scudo capace di garantirle una protezione significativa contro eventuali interruzioni delle forniture. Non si tratta soltanto di numeri, bensì di un’architettura logistica e finanziaria che combina scorte strategiche, raffinerie definite “teiera” – piccoli impianti privati spesso famosi per la loro flessibilità operativa – e quelle che gli analisti chiamano “flotte ombra”, navi la cui proprietà risulta opaca e che viaggiano aggirando le tradizionali maglie del controllo marittimo.
Il prezzo del conflitto e i riflessi globali
La guerra in Medio Oriente, con il suo strascico di attacchi e controattacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran – dove Teheran ha messo sotto pressione diversi Paesi del Golfo – ha innescato un rialzo dei prezzi delle materie prime fondamentali per la produzione energetica, a cominciare dal petrolio. Le conseguenze di questo rincaro, va detto, sono già visibili in tutto il mondo: da una parte assistiamo a una riduzione della produzione industriale in alcuni Paesi asiatici, dall’altra all’aumento del prezzo dei carburanti in quelli occidentali. Solo pochi giorni fa, il governo italiano ha scelto di estendere lo sconto sulle accise fino al primo maggio, un segnale tangibile di quanto la crisi stia incidendo sui bilanci nazionali. In questo quadro instabile, Pechino prova a resistere proprio grazie a quelle riserve immense e a un sistema di approvvigionamento che non dipende esclusivamente dalle rotte più esposte ai conflitti.
Un consumo record che racconta un’altra realtà
La Cina ha battuto un nuovo, significativo record: ben 10,4 trilioni di Kwh di energia elettrica consumati nel 2025. Per avere un termine di paragone, si tratta del doppio del consumo annuo degli Stati Uniti e di una cifra equivalente a quanto utilizzato complessivamente da Unione Europea, Russia, India e Giappone messe insieme. Un terzo dell’intero pianeta, niente meno. L’annuncio, rilanciato lo scorso gennaio dai media statali cinesi, parlava esplicitamente di “una forte prova della resilienza e della stabilità a lungo termine dell’economia cinese”. Numeri che lasciano intendere come, nonostante le turbolenze internazionali, il gigante asiatico continui a bruciare energia a un ritmo senza precedenti, alimentando fabbriche, data center e città intere senza mostrare i segni di cedimento che altrove sono ormai evidenti.
La scommessa sulle rinnovabili e il paradosso tecnologico
Tra i fan della fantascienza, va detto, esiste una particolare sottocategoria di persone che parla della fusione nucleare come di una tecnologia utopistica, quasi salvifica: se solo trovassimo un modo per sfruttare il motore delle stelle, avremmo a disposizione energia illimitata e spazzeremmo via tutti i problemi dell’umanità. Ma la transizione, in un certo senso, sta già accadendo sotto i nostri occhi, e senza bisogno di reattori sperimentali: i pannelli solari e le turbine eoliche catturano già la fusione del sole per convertirla in elettricità. La Cina, in questo campo, ha investito massicciamente, diventando la prima produttrice mondiale di pannelli fotovoltaici e accumulando una capacità rinnovabile che nessun altro Paese può eguagliare. Non mancano però le ombre, a cominciare dall’impatto ambientale della produzione di questi stessi dispositivi e dal controllo delle materie prime critiche, un lato oscuro della rivoluzione verde che Pechino preferisce non mettere in primo piano.




