Tragedia a Cossombrato, uccide l’ex moglie e il compagno con una roncola poi si getta dal castello
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Redazione Interno
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Sarebbe bastato poco, forse un attimo di lucidità in più, per evitare che quella tranquilla giornata di aprile si trasformasse in un macabro stillicidio di sangue. Eppure, nella testa di Astrit Koni, 59 anni, giardiniere originario dell’Albanza ma residente da oltre vent’anni in Italia, il rancore aveva ormai preso il sopravvento su ogni altro pensiero razionale. I corpi privi di vita di Drita Mecollari, la sua ex moglie, e del di lei nuovo compagno, Bardhok Gega, sono stati rinvenuti nella tarda mattinata del 18 aprile in un’area agricola ai margini del centro abitato di Cossombrato, in provincia di Asti. A dare l’allarme, come riportato dalle agenzie di stampa, sarebbe stato il fratello della donna, il quale, non riuscendo più a mettersi in contatto con lei, ha insospettito i carabinieri.
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica, hanno immediatamente seguito un duplice binario: da un lato il sopralluogo nel campo dove giacevano i due amanti, dall’altro le verifiche nel castello di Cossombrato, luogo simbolo del paese dove Koni prestava servizio come giardiniere. È proprio lassù, tra le mura antiche di cui possedeva le chiavi, che il sessantenne ha deciso di chiudere la propria esistenza. Il racconto degli inquirenti – supportato dal ritrovamento di una roncola, l’attrezzo agricolo che verosimilmente avrebbe utilizzato per infierire sulle vittime – lascia intendere che l’uomo abbia raggiunto l’ex moglie e il nuovo compagno, li abbia aggrediti con ferocia e, solo dopo essersi accertato della loro morte, si sia allontanato per compiere l’estremo gesto. Sui corpi, trasferiti presso l’ospedale di Asti in attesa dell’autopsia disposta nei prossimi giorni, sono stati riscontrati numerosi segni di arma da taglio, compatibili con l’utilizzo di quella stessa lama che usava per potare le siepi del maniero.
«Mi hai rovinato la vita ma adesso è finita»: il biglietto che svela il movente della furia omicida
La dinamica degli omicidi, per quanto brutale, lasciava inizialmente spazio a diversi interrogativi sulla scintilla che avrebbe fatto scattare la furia omicida di Koni. A fugare ogni dubbio, però, è stato il contenuto di un biglietto trovato dagli investigatori addosso al del presunto assassino o nei pressi del suo luogo di morte. «Mi hai rovinato la vita in questi 15 anni, ma adesso è finita». Queste le parole vergate dall’uomo, una confessione scritta che racchiude in poche sillabe la rabbia covata per anni. Il tenore della frase, riportato in esclusiva dalle fonti di cronaca, lascia intendere come il movente affondi le radici in una separazione mai metabolizzata e in un conflitto che, nonostante il tempo passato, non si era mai sopito.
Conosciuto in paese con il soprannome di “Arturo” per via del suo ruolo di tuttofare al castello, Koni era descritto dai vicini come una persona schiva ma ligia al lavoro. Eppure, quella maschera di tranquillità nascondeva un baratro di gelosia e possessività. L’aggressione – avvenuta con ogni probabilità nella giornata di venerdì, anche se i corpi sono stati trovati solo sabato – si è consumata in un contesto rurale, vicino ad alcuni alveari di cui la coppia si prendeva cura. Un dettaglio, quest’ultimo, che restituisce la tragica ordinarietà di una storia di femminicidio consumatasi lontano dai riflettori, in quella terra di mezzo fatta di campi e silenzi.
L’inchiesta e i profili delle vittime: una strage annunciata dal clima di conflittualità
Gli inquirenti stanno ora setacciando il passato della coppia per ricostruire gli antefatti. Drita Mecollari, 55 anni, e l’ex marito si erano separati da tempo, ma il rapporto – come spesso accade in dinamiche di violenza domestica – era rimasto teso e conflittuale. L’arrivo di un nuovo compagno nella vita della donna, l’albanese Bardhok Gega, pare aver rappresentato per Koni la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non si trattava di una reazione impulsiva, a giudicare dalla preparazione dell’atto: Koni ha pianificato l’agguato, ha scelto l’arma del proprio mestiere e ha utilizzato le chiavi del castello non per accudire i fiori, ma per trasformare la torre in un palcoscenico di morte.
Il di Koni, a differenza delle vittime, è stato subito trasportato al cimitero, mentre le salme della donna e del suo compagno rimarranno a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti del caso. I militari dell’Arma, che hanno lavorato senza sosta dalla notte del ritrovamento, hanno escluso al momento il coinvolgimento di terze parti, concentrando tutte le energie sulla ricostruzione degli ultimi istanti di vita dei tre albanesi. In un piccolo centro di appena 500 anime come Cossombrato, l’eco di questa vicenda risuona come un macigno lanciato in uno stagno, capace di increspare la superficie di una quotidianità che, d’ora in poi, non potrà più dirsi davvero tranquilla.




