La roncola, il biglietto e il volo dal castello: il dramma di Cossombrato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aria tersa delle colline astigiane, di solito interrotta solo dal ronzio delle api o dal passo lento dei trattori, è stata squarciata da una vicenda di sangue che riporta alla mente gli antichi codici d’onore, quelli dove il torto subito veniva lavato solo con la violenza più cieca. A Cossombrato, un pugno di case adagiato nel Monferrato, il 59enne Astrit Koni, giardiniere di origine albanese residente in Italia da oltre vent’anni, ha trasformato la disperazione per un amore finito in una mattanza, per poi annullarsi nel vuoto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che hanno lavorato a lungo per mettere insieme i frammenti di questa cronaca, l’uomo avrebbe atteso l’ex moglie, Drita Mecollari, e il suo nuovo compagno, Bardhok Gega, in un’area isolata dove i due si prendevano cura di alcuni alveari. Lì, imbracciando una roncola – attrezzo simbolo del lavoro contadino che lui stesso utilizzava per potare le piante del castello dove era impiegato – avrebbe sfogato la sua furia omicida.

Il ritrovamento dei corpi, avvenuto solo ventiquattro ore dopo l’agguato grazie alla segnalazione del fratello della donna, preoccupato per il suo silenzio, ha rivelato la ferocia dell’aggressione. I cadaveri di Drita e di Bardhok erano riversi in un fosso, quasi nascosti dalla vegetazione, segno che l’assassino aveva cercato di occultare l’opera delle sue mani prima di compiere l’estremo gesto. Quell’arma bianca, una roncola, non è un dettaglio marginale: rappresenta il tragico paradosso di un uomo che per anni si era preso cura della natura e del paesaggio, e che poi ha usato gli stessi ferri per distruggere le vite che non poteva più possedere.

Il messaggio lasciato prima del volo

Prima di salire sulla torre del castello di Cossombrato – luogo che per lui, in quanto giardiniere e manutentore, non aveva segreti, tant’è che possedeva le chiavi per accedervi – Astrit Koni ha lasciato un biglietto. Il contenuto di quel foglio, una sorta di testamento disperato e accusatorio, è emerso dalle indagini: “Mi hai rovinato la vita in questi 15 anni, ma adesso è finita”. Si legge in quelle righe il movente classico del femminicidio, quello del “non puoi essere felice se non con me”. La separazione, sebbene avvenuta da tempo, non era stata mai accettata; il rapporto conflittuale covava sotto la cenere, alimentato forse dal fatto che l’uomo aveva più volte cercato di riannodare i fili di una relazione durata due decenni, trovando sempre un rifiuto. Quel diniego, ripetuto nel tempo, ha agito come una miccia lunga, esplosa solo quando la donna ha ufficializzato la nuova relazione.

Dopo aver infierito sui due corpi, il 59enne si è diretto verso la fortezza che domina il borgo. Il castello, per secoli simbolo di potere e difesa, è diventato per lui il trampolino di lancio verso la morte. Il suicidio, avvenuto lanciandosi nel vuoto dalla torre sotto lo sguardo attonito di alcuni testimoni, non è stato un atto di pentimento, bensì l’ultimo, logico atto di una escalation di violenza che aveva già deciso l’epilogo. La sua vita, così come quella delle sue vittime, si è spezzata contro il selciato, chiudendo un triangolo amoroso costruito su rancori mai sopiti e sulla difficoltà di accettare la fine di una storia.

L’inchiesta e i riscontri scientifici

Sul luogo del ritrovamento, i carabinieri della Compagnia di Villanova d’Asti, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno lavorato per ore per acquisire tutti gli elementi utili a escludere coinvolgimenti esterni. La dinamica, sebbene apparsa chiara sin dall’inizio grazie al biglietto e alla presenza dell’arma da taglio accanto ai cadaveri della coppia, necessitava di riscontri autoptici. Le vittime, Drita Mecollari di 55 anni e Bardhok Gega di 57, entrambi di origine albanese e ben integrati nel tessuto sociale della zona, sono state trasportate all’ospedale di Asti dove l’autorità giudiziaria ha disposto l’autopsia. L’esame dei corpi servirà a definire con esattezza l’orario dei decessi, elemento cruciale per ricostruire l’esatto arco temporale in cui Koni si è mosso prima di uccidersi.

Nonostante la ricostruzione appaia solida, gli inquirenti stanno verificando se nei giorni precedenti vi fossero stati episodi di minacce o denunce per stalking che la donna avesse sporto, magari sottovalutando il pericolo. La percezione che i vicini avevano di Astrit, descritto come un lavoratore instancabile e una persona apparentemente mite, si scontra con la ferocia dell’assalto. Un contrasto, questo, che rende ancora più agghiacciante la cronaca: l’uomo che curava il verde pubblico e le aiuole del castello aveva dentro di sé un rancore tale da giustificare l’uso della roncola non più contro le erbacce, ma contro la pelle di chi lo aveva “tradito”. La comunità, composta da poco più di cinquecento anime, fatica a riconoscere l’“Arturo” che tutti conoscevano nell’assassino che ha sconvolto la quiete del paese.

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