Il giudice federale blocca la sospensione dei visti per 75 paesi: «È contraria alla legge»
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Redazione Esteri
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Una decisione destinata a pesare come un macigno sulle politiche migratorie dell'amministrazione Trump: la giudice federale Jeanette A. Vargas ha annullato la sospensione dei visti per cittadini di 75 paesi, un provvedimento voluto con forza dal presidente e messo in atto dal segretario di Stato Marco Rubio a partire dal gennaio scorso.
La sentenza, depositata il 21 agosto, definisce la misura «palesemente illegale» e la fa cadere come un castello di carte, restituendo ai funzionari consolari l'obbligo di valutare le domande caso per caso, senza pregiudizi legati alla nazionalità dei richiedenti.
L'argomentazione della giudice: una discriminazione inaccettabile
Al centro della decisione, che si estende per 61 pagine, c'è la violazione dell'Immigration and Nationality Act, la legge fondamentale che regola l'ingresso degli stranieri negli Stati Uniti. La giudice Vargas, nominata dall'ex presidente Joe Biden, ha stabilito che il Dipartimento di Stato non poteva emettere una direttiva che di fatto impediva il rilascio di visti a intere popolazioni, basandosi esclusivamente sul loro paese di provenienza.
«La politica, che vieta categoricamente il rilascio di visti per immigrati in base alla nazionalità del richiedente, rappresenta un'abrogazione diretta di questo quadro normativo», si legge nella sentenza, che sottolinea come il Congresso abbia affidato ai singoli funzionari consolari il potere discrezionale di valutare ogni domanda secondo criteri specifici, come età, salute, situazione familiare e risorse finanziarie.
La Casa Bianca aveva giustificato lo stop con il timore che i cittadini di queesi paesi potessero diventare un "onere pubblico", un rischio che per la giudice non poteva però giustificare una sospensione generalizzata che finiva per discriminare individui sulla base della loro sola nazionalità, scavalcando di fatto l'autorità dei funzionari consolari.
L'impatto della misura e i paesi coinvolti
Il provvedimento, entrato in vigore il 21 gennaio, aveva gettato nel caos migliaia di richieste di visto da tutto il mondo, colpendo in particolare cittadini di nazioni africane, come Nigeria, Marocco, Egitto ed Eritrea, ma anche di paesi asiatici come Pakistan e Bangladesh, e di regioni dei Balcani, dei Caraibi e del Medio Oriente, includendo Afghanistan, Iran, Russia e Somalia.
Secondo le stime, i richiedenti provenienti da queste 75 nazioni rappresentavano tra il 40% e il 45% di tutti i visti per immigrati rilasciati ogni anno, un numero che dà la misura dell'impatto di una politica che, secondo i critici, rischiava di paralizzare il sistema legale di ingresso negli Stati Uniti.
La sospensione, come precisato dalla stessa amministrazione, non riguardava i visti non immigrativi, come quelli per turismo o affari, ma la decisione della giudice Vargas ha comunque rappresentato un duro colpo per la strategia di Trump, costringendo il Dipartimento di Stato a fare marcia indietro e a riprendere le valutazioni individuali, annullando di fatto tutti i dinieghi basati esclusivamente sulla lista dei 75 paesi.
La reazione delle associazioni e il precedente giudiziario
A promuovere l'azione legale, che ha portato a questa sentenza, erano stati due organizzazioni per i diritti degli immigrati, il Catholic Legal Immigration Network (CLINIC) e African Communities Together, insieme a undici cittadini statunitensi e richiedenti visto che avevano visto i loro sogni infrangersi contro un muro di burocrazia e discriminazione.
La loro vittoria è stata accolta con favore da chi vede nella sentenza una vittoria del principio di legalità contro l'arbitrio del potere esecutivo, come sottolineato da Anna Gallagher, direttrice esecutiva del CLINIC, che ha parlato di una decisione che «afferma il primato della legge e il valore della famiglia».
Non è la prima volta, del resto, che i tribunali americani mettono un freno alle politiche migratorie dell'amministrazione Trump: già nello scorso giugno, un altro giudice federale aveva bocciato una misura che limitava l'accesso all'asilo e ai permessi di soggiorno per cittadini di decine di paesi, creando un precedente che ora, con la sentenza Vargas, si fa ancora più solido.
La decisione, che segna un punto a favore di chi chiede un'immigrazione basata su regole chiare e sul rispetto dei diritti individuali, riporta ora la palla nel campo del Dipartimento di Stato, che dovrà riorganizzare il lavoro dei propri funzionari consolari per tornare a esaminare le domande senza più il paraocchi della nazionalità, nel rispetto di una legge che, come ha ricordato la giudice, vieta esplicitamente di fare discriminazioni nell'emissione dei visti per immigrati.
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