Il patto tra agenti e pusher al Tufello: “Ci garantiamo la pensione”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba del 7 ottobre 2024, all’uscita del Raccordo Anulare sulla Pontina, un appostamento della polizia – almeno stando alla versione ufficiale che parlava di una soffiata anonima – doveva portare al blocco di un furgone Mercedes carico di cocaina. Ma gli investigatori della Dia, che da mesi avevano piazzato le loro cimici, sapevano già che dietro quel controllo si celava qualcosa di molto più sporco. “Veloce, sbrighiamoci”, incalzavano i falsi corrieri mentre caricavano i pacchi, ignari che i loro complici in divisa, quelli che avrebbero dovuto fermarli, erano in realtà i registi di una messinscena: un sequestro parziale, una parte di droga dichiarata e l’altra, quella più consistente, destinata a finire direttamente sul mercato con la complicità di chi quella divisa la indossava. È il meccanismo, semplice e feroce, che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Roma e notificata all’alba di oggi a sette persone, tra cui tre agenti del commissariato Salario-Parioli. I poliziotti finiti in carcere – Danilo Barberi, soprannominato “Kung Fu” e classe 1974, Dario Scascitelli del 1983 e Matteo Vita del 1987 – avrebbero messo in piedi, secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia, una vera e propria impresa parallela allo Stato, utilizzando le loro funzioni per depredare i corrieri della concorrenza e rifornire di cocaina il sodalizio criminale guidato da Guerino Primavera, classe 1958, già noto alle forze dell’ordine per le sue attività nel quartiere Tufello.

L’indagine, avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma, ha svelato un livello di commistione tra pubblici ufficiali e criminali che va ben oltre la semplice “soffiata”. I tre agenti, in servizio al commissariato Salario-Parioli, non si limitavano a chiudere un occhio: diventavano parte attiva nel procacciamento della droga. “Hanno preso già una piotta per uno”, diceva Primavera intercettato l’11 settembre 2024 mentre discuteva con la moglie dei suoi soci in divisa, “quando prendi mille e seicento euro al mese... quando cominci a vedere i bigliettoni da cento, funziona aho?! Allora diventa una coalizione no? Per la vita e per la morte”. Una coalizione che, come emerso dalle carte, si reggeva su un doppio binario: da un lato la possibilità di accedere abusivamente al sistema Sdi delle forze dell’ordine per verificare indagini in corso, targhe sospette o la presenza di dispositivi di controllo, e dall’altro la concreta e violenta capacità di mettere le mani sulla merce senza passare per i fornitori abituali, quelli che avrebbero potuto tradirli.

La logistica del furto e le intercettazioni: la “pensione” nei bigliettoni

Il sistema, ricostruito passo passo dagli inquirenti, aveva una sua precisa scansione operativa. Il gruppo criminale del Tufello segnalava agli agenti corrotti gli spostamenti dei corrieri, spesso appartenenti ad altri gruppi criminali, trasformando lo Stato in un’arma per ripulire il mercato dalla concorrenza. I poliziotti intervenivano, eseguivano perquisizioni e arresti in perfetta regola, ma con una sostanziale differenza: la quantità di droga sequestrata e verbalizzata era solo una frazione di quella reale. Il resto, decine di chili di cocaina purissima, spariva nelle loro tasche o finiva direttamente nei canali di spaccio gestiti da Primavera. In un’occasione, nel luglio del 2024 a Case Rosse, due dei poliziotti arrestati nel corso di una perquisizione rubarono dieci chili di bianca, occultandoli in un sacco dell’immondizia prima che sul posto arrivassero i colleghi della Squadra Mobile. Nel verbale, poi, venne scritto che il sequestro era stato di 13,860 chili, una cifra ben lontana da quella effettivamente sottratta.

Non solo furti in occasione di controlli. Gli investigatori hanno documentato veri e propri pedinamenti, come quello che portò i poliziotti a inseguire un carico di altri venti chili di cocaina fino al basso Lazio. In quel caso, la tecnica si era affinata: grazie alla complicità di un cittadino albanese ben inserito nei giri della malavita, gli agenti avevano piazzato un Gps sui veicoli dei corrieri, seguendoli a bordo dell’auto di servizio per poi bloccarli e ripulirli della droga in totale autonomia. Il sodalizio, nell’arco di un anno, aveva così messo in piedi una catena di approvvigionamento parallela, che garantiva guadagni ingentissimi: sulla cocaina rubata, data la purezza, applicavano un rincaro che oscillava tra i tremila e gli ottomila euro al chilo. “Ci guadagnamo pure sopra”, commentavano tra loro, consapevoli di aver trovato la gallina dalle uova d’oro.

Il tradimento della divisa e il ruolo di Guerino Primavera

Centrale, nell’economia del patto scellerato, era la figura di Guerino Primavera, l’uomo del Tufello che faceva da raccordo tra la strada e i poliziotti. È lui, in una conversazione con la moglie, a sintetizzare con amara ironia il tradimento che stava andando in scena: “Se rinasco faccio la guardia”, un’espressione che suona come una beffa considerando che quei “guardiani” erano proprio i suoi complici. Primavera garantiva agli agenti non solo denaro, ma anche la sicurezza di muoversi in un ambiente protetto, quello del Tufello, dove la sua parola contava e dove i poliziotti potevano operare senza il timore di essere scoperti da altri clan. Un rapporto simbiotico, definito dal Gip come orientato al “profitto facile”, quello stesso profitto che portava i tre agenti a giustificare le loro scelte con una filosofia spicciola: “ci garantiamo la pensione”. Peccato che quella pensione, come emerge dagli atti, la stessero costruendo sulle macerie della legalità e sulle confidenze tradite di chi in loro avrebbe dovuto fidarsi.

L’operazione di oggi, eseguita dalla Dia con il supporto della Questura di Roma, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, rappresenta solo l’ultimo atto di un’inchiesta che ha costretto i vertici della Polizia a confrontarsi con una ferita profonda. I tre agenti del commissariato Salario-Parioli, che avrebbero dovuto presidiare la legalità in quartieri complessi come quello dei Parioli e del Salario, sono finiti in cella con l’accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di notizie d’ufficio. A coordinare le indagini, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha lavorato per mesi sulle tracce di un’alleanza che, come recita un’altra intercettazione, era diventata “per la vita e per la morte”.

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