Artemis, il ritorno sulla Luna parte da Torino: la “casa” degli astronauti è made in Italy

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un pezzo di Italia, anzi, di Torino per la precisione, che viaggia in queste ore verso la Luna. Mentre il razzo Space Launch System della missione Artemis II scolpiva l’aria umida della Florida, accendendosi esattamente come previsto alle 00:24 ora italiana dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral -4, a migliaia di chilometri di distanza, negli stabilimenti di corso Marche, la partita si giocava su un fronte ben più concreto: quello della sopravvivenza umana oltre l’orbita terrestre. Perché se è vero che l’equipaggio – composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – sta testando i limiti della capsula Orion, è altrettanto vero che senza il contributo dell’industria piemontese, quel viaggio non avrebbe nemmeno un posto dove arrivare, o meglio, un posto dove restare.

Dimentichiamoci per un attimo l’immaginario fatto di bandiere piantate su terreni polverosi che abbiamo ereditato dall’epoca delle missioni Apollo. Il programma Artemis, che ha ripreso il testimone di quella corsa interrotta oltre cinquant’anni fa, è un’architettura complessa, una coalizione internazionale dove l’Europa – e l’Italia in prima fila – non è un semplice spettatore, ma l’ingegnere che tiene in mano i disegni delle fondamenta. Lo sa bene Josef Aschbacher, il numero uno dell’Agenzia Spaziale Europea, che ha sempre rivendicato con orgoglio il ruolo centrale del Vecchio Continente in questa nuova avventura; un ruolo che non si limita alla semplice fornitura di pezzi di ricambio, ma che tocca il cuore pulsante della missione.

L’Europa nel motore e il controllo “torinese”

Il primo, grande protagonista silenzioso di questa missione è il modulo di servizio europeo (ESM), quel cilindro tecnologico che si attacca alla capsula Orion e che, in pratica, funge da centrale di supporto vitale. Pensateci: siamo a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra, in un vuoto assoluto dove una molecola d’aria è un miraggio. Ebbene, l’ESM – costruito con la partecipazione di aziende come Leonardo e Thales Alenia Space – fornisce energia, spinta, controllo termico e, cosa ancora più fondamentale, l’acqua e l’aria che permettono ai quattro astronauti di non soffocare o congelare durante il volo di dieci giorni intorno al satellite. È la dimostrazione che la tecnologia italiana, spesso percepita come eccellenza solo in settori tradizionali, è in realtà il motore invisibile (e indispensabile) delle esplorazioni spaziali più audaci del momento. Non si tratta di un semplice accessorio, ma del “sistema nervoso” della navicella; un dettaglio, quest’ultimo, che ha spinto il presidente dell’Asi, Teodoro Valente, a ribadire più volte come l’Italia sia entrata di diritto nel novero dei partner strategici della Nasa, spinta proprio dalla capacità di fornire infrastrutture critiche.

La vera rivoluzione: una casa sulla Luna, progettata a Torino

Se il modulo di servizio garantisce il viaggio, è il progetto MPH (Multi-Purpose Habitation) a rappresentare l’autentica sfida generazionale per il territorio torinese. Dimentichiamo i rifugi angusti delle vecchie missioni: qui si parla di costruire la prima vera “casa lunare”, un modulo pressurizzato firmato Thales Alenia Space che dovrà garantire un ambiente sicuro e abitabile per lunghi periodi sulla superficie del satellite. L’accordo, siglato tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la Nasa, trasforma di fatto Torino nel cantiere dell’esplorazione futura. L’obiettivo, ambizioso, è quello di non andare solo a fare una passeggiata, ma di gettare le basi per una presenza umana stabile e continuativa.

I tecnici dello stabilimento piemontese, eredi di una tradizione che ha già costruito gran parte dei moduli della Stazione Spaziale Internazionale, stanno lavorando per risolvere problemi che sulla Terra non esistono: come si scherma la radiazione cosmica? Come si gestisce la polvere lunare, abrasiva e sottilissima, che rischia di rovinare le tute e i macchinari? E come si fa a garantire un ricambio d’aria perfetto in un ambiente dove non esiste atmosfera? -10 Queste, e non altre, sono le domande a cui l’industria torinese sta rispondendo in queste settimane, molto prima che i primi esploratori della missione Artemis III mettano piede sulla polvere grigia.

Un’economia che guarda in alto

C’è poi un aspetto più mondano, ma altrettanto rilevante, che riguarda la cosiddetta space economy. La decisione di affidare a Torino la progettazione di questi moduli non è solo un atto di fiducia nelle competenze ingegneristiche locali, ma una precisa scelta industriale che attrae investimenti e know-how. Non si parla più solo di esplorazione per puro spirito di avventura; si parla di infrastrutture abilitanti. Come ha più volte sottolineato l’ad di Leonardo, Roberto Cingolani, lo spazio sta diventando un fattore strategico per la sicurezza e la competitività globale, e l’Italia ha colto questo passaggio epocale posizionandosi non come gregaria, ma come capofila in settori specifici come l’abitabilità e la logistica. E così, mentre l’astronauta italiano Walter Villadei si prepara tra le tute di nuova generazione a Houston, testando i movimenti che farà sulla Luna, a Torino si definisce il perimetro del soggiorno in cui quei movimenti avverranno. La differenza, rispetto al 1969, è tutta qui: non si tratta più di piantare una bandiera, ma di montare un appartamento con vista sulla Terra.

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