Giuseppe Conte gioca d’anticipo e sfida il Pd, ma l’alternativa (ancora) non c’è

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vittoria al referendum sulla giustizia, quell’onda lunga di cinque milioni di elettori che hanno riempito le piazze e ribaltato i pronostici, ha restituito al centrosinistra una scena politica che sembrava essergli preclusa. Eppure, se da un lato il risultato ha compattato il cosiddetto “campo largo” in un abbraccio apparentemente inscindibile dall’alto tasso di partecipazione, dall’altro ha accelerato – con la forza di una scossa tellurica – i tempi di una resa dei conti che era stata finora rimandata. Il primo a muovere le pedine è stato Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha alzato il sipario sulla partita più delicata: la scelta del candidato premier per il 2027. Lo ha fatto con una mossa precisa, quasi chirurgica, convocando una conferenza stampa in via di Campo Marzio mentre Elly Schlein stava ancora esaminando i dati al Nazareno. Un gesto che, nel linguaggio della politica, equivale a una dichiariazione di intenti non negoziabile.

L’idea di Conte, sostenuta dai sondaggi che lo vedono competitivo in una sfida a viso aperto, è quella di procedere con primarie aperte alla cittadinanza, una modalità che storicamente favorisce il candidato con maggiore riconoscibilità e che, nei fatti, consentirebbe al Movimento di compensare una struttura organizzativa meno capillare rispetto a quella democratica. La segretaria dem, che pure si dice disponibile, ha però tentato di imporre un freno, evocando la necessità di definire prima il programma – salari, sanità, scuola – e solo successivamente i nomi. Una strategia, questa, che mira a guadagnare tempo e a spostare l’attenzione sui contenuti, dove il Partito Democratico sente di poter giocare un ruolo egemone. Ma tra i democratici, la disponibilità di Schlein è meno scontata di quanto appaia in pubblico. Il timore, non troppo velato, è che una competizione aperta possa trasformarsi in un boomerang, mettendo in crisi l’equilibrio raggiunto dopo il congresso.

A complicare ulteriormente il quadro, alimentando il fuoco amico, è emersa con forza la suggestione del “federatore” o del “papa straniero”. L’ex ministra Rosy Bindi ha lanciato un’idea che, per certi versi, riporta alla mente lo schema dell’Ulivo: trovare una figura terza, un Prodi più giovane, capace di tenere insieme le anime diverse senza imporre il passo indietro traumatico né a Conte né a Schlein. L’ipotesi ha trovato terreno fertile in quei settori del Pd, specialmente tra i riformisti, che vedono nell’eventualità di primarie di coalizione un’arena alternativa per contarsi, superando il congresso interno che hanno perso. Tuttavia, la difficoltà maggiore rimane la mancanza di un nome su cui convergere. Mentre alcuni osservatori indicano possibili figure come Pier Luigi Bersani – che però ha stoppato l’ipotesi rispondendo di voler dare una mano solo come volontario – o l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, i potenziali candidati “istituzionali” come il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi o la prima cittadina di Genova Silvia Salis si sono finora defilati.

Intanto, i nodi non sciolti riguardano anche il perimetro dell’alleanza. Giuseppe Conte ha subito messo le mani avanti, chiarendo che la partecipazione alla coalizione sarà subordinata alla condivisione di alcuni paletti fondamentali, a partire dalla politica estera e dalla guerra in Ucraina. In una recente uscita pubblica, il leader pentastellato ha corretto il tiro su questo fronte, assumendo una posizione più filoeuropeista e dura nei confronti dell’aggressione russa, una “giravolta” che è stata letta come una precisa apertura a quell’elettorato moderato che il Movimento punta a intercettare nella corsa alla leadership. Un messaggio diretto tanto agli alleati potenziali quanto a quelli riluttanti, come Matteo Renzi, la cui Italia Viva – schieratasi per il Sì al referendum – si trova ora a dover dimostrare di avere le carte in regola per sedersi al tavolo del programma.

A rendere il clima più incandescente contribuisce anche la posizione di Alleanza Verdi Sinistra. Il partito di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, pur essendo stato determinante nella vittoria referendaria, guarda con sospetto alle primarie, considerandole una “trappola” che avvantaggerebbe solo i due partiti maggiori, cannibalizzando il consenso della sinistra ecologista. Fratoianni ha definito la scelta del leader come un tema “non urgente”, sottolineando come i cittadini chiedano innanzitutto risposte su lavoro e diritti, non resse di potere. Questa resistenza, unita alla richiesta di “generosità” avanzata da esponenti democratici come Goffredo Bettini – che ha invitato Schlein a non considerare la leadership un fatto scontato –, restituisce l’immagine di un campo largo che, pur galvanizzato dal risultato elettorale, arranca nella costruzione di una proposta politica solida e credibile. L’entusiasmo della piazza, in altre parole, fatica a trasformarsi in una macchina da guerra elettorale, rimanendo impigliato nelle maglie di un dualismo – Conte contro Schlein – che rischia di paralizzare qualsiasi prospettiva alternativa.

Il referendum e le tensioni interne al M5s

Se il Partito Democratico è diviso tra la linea di Schlein e le sirene della terzietà, anche il Movimento 5 Stelle ha dovuto fare i conti con le contraddizioni emerse durante la campagna referendaria. Nonostante la compattezza ufficiale, i sondaggi hanno rivelato che una quota significativa del proprio elettorato – stimata intorno a un terzo – sarebbe stata favorevole al Sì alla separazione delle carriere. Un dato che ha costretto Conte a gestire con attenzione i tempi e i modi dell’impegno pubblico. Mentre Elly Schlein si intestava la battaglia in prima linea, l’ex presidente del Consiglio ha scelto inizialmente una posizione più defilata, dosando le uscite e affidando la scena ai simboli storici del garantismo come i magistrati Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato. Una strategia prudente, mirata a non inimicarsi quella fetta di elettorato pentastellato più sensibile al tema della “giustizia giusta”.

Lo spettro del referendum, peraltro, ha riaperto le fragilità organizzative del Movimento. Nelle stesse settimane in cui si consumava la vittoria del No, Conte ha dovuto gestire un delicato rimpasto ai vertici del gruppo parlamentare al Senato, con il cambio del capogruppo da Stefano Patuanelli a Luca Pirondini, frutto di una trattativa complessa che ha richiesto l’intervento diretto del leader. Questi affanni interni dimostrano come, nonostante la popolarità personale di Conte sia ancora alta e lo ponga in una posizione di forza per la sfida delle primarie, la macchina del M5s non sia esente da tensioni e richieda una manutenzione costante. L’aver “indossato di nuovo l’abito da premier”, come commenta un parlamentare democratico, è una scelta calcolata, ma che espone l’ex capo del governo a un’esposizione mediatica che in passato gli ha spesso attirato critiche anche dall’interno del suo stesso partito.

La geografia delle alleanze e il metodo della scelta

Il dibattito sulle primarie, quindi, si intreccia inevitabilmente con quello sulla legge elettorale. Il governo Meloni, dopo la sconfitta referendaria, ha in cantiere una riforma elettorale che potrebbe prevedere l’indicazione del nome del premier sulla scheda, una soluzione che sposterebbe ulteriormente il baricentro della competizione verso la figura del candidato. In questo scenario, le primarie diventerebbero non solo uno strumento di legittimazione, ma un passaggio obbligato per la coalizione. Tuttavia, l’iter della riforma è ancora incerto e, come notano molti osservatori, potrebbe subire modifiche tali da rendere meno urgente il ricorso ai gazebo. Il Partito Democratico, in questo senso, mantiene aperta la porta del metodo “tradizionale” – ovvero il partito che prende più voti indica il premier – una soluzione che favorirebbe Schlein, leader della formazione più grande della coalizione.

A complicare ulteriormente la scelta del metodo si aggiunge la variabile del cosiddetto “centro”. L’ipotesi di un candidato federatore, sostenuta da chi teme che una sfida diretta tra Schlein e Conte possa lacerare l’alleanza prima ancora di costruirla, rimane in auge. Ma l’individuazione di questo profilo è resa difficile dalla mancanza di una classe dirigente moderata coesa. Le figure più accreditate hanno scelto per ora di restare ai margini, consapevoli che accettare il ruolo di “papa straniero” significherebbe esporsi a una logorante battaglia interna. L’unico a essersi fatto avanti con ironia è stato Clemente Mastella, che si è detto pronto a candidarsi, ma la sua proposta appare più un gesto simbolico che una reale opzione politica. In attesa che si chiariscano i nodi programmatici e legislativi, il centrosinistra naviga a vista, forte di un successo referendario che ha rianimato il suo elettorato, ma fragile di fronte alla necessità di trasformare la coesione negativa – contro un governo – in una proposta politica positiva e condivisa.

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