La legge israeliana sulla pena di morte per i palestinesi e il rischio di una copertura legale all’uccisione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è un semplice atto legislativo, quello approvato lunedì dalla Knesset, ma una trasformazione profonda – quasi silenziosa nelle sue implicazioni immediate – del modo in cui le vite dei palestinesi vengono inscritte, o meglio cancellate, all’interno del quadro politico e giuridico israeliano. La nuova norma, che introduce di fatto la pena di morte per i terroristi discriminandone l’etnia, configura un passaggio epocale: da uno spazio già segnato da violazioni documentate, quello della detenzione amministrativa e delle condizioni carcerarie estreme, a un ambito in cui l’uccisione, lenta o immediata che sia, rischia di trovare una copertura legale prima inedita. È una legge disegnata, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, per mandare al patibolo solo imputati palestinesi, istituzionalizzando quella che molti osservatori definiscono come una giustizia selettiva, dove l’etnia dell’accusato diviene il discrimine per l’applicazione della pena capitale.

Dalla protesta dispersa con l’acqua ai cortei per i morti in cella

Le reazioni non si sono fatte attendere, e hanno immediatamente riempito le piazze, sebbene con la forza dello Stato pronta a reprimerle. Un piccolo gruppo di manifestanti, perlopiù giovani israeliani, si è radunato davanti alla Knesset per protestare contro il provvedimento, ma la polizia ha disperso il corteo con violenza, utilizzando getti d’idrante per allontanarli. Un’immagine, quella della forza pubblica che reprime il dissenso interno, che si è sommata alle manifestazioni tenutesi in Cisgiordania. Lì, i palestinesi hanno scelto un simbolo preciso per la loro protesta: hanno portato in corteo le fotografie dei prigionieri morti all’interno delle carceri israeliane. Non per fucilazione, ma per fame, malattia o stenti. Un elenco che trasforma la nuova legge in un ulteriore, inquietante tassello di una catena lunga decenni, nella quale la morte in custodia – quella lenta, consumata giorno dopo giorno tra le sbarre – è già stata una costante.

Una battaglia giuridica che parte dalla Corte Suprema

L’approvazione in via definitiva, avvenuta tra le polemiche e con il voto compatto della coalizione di governo, non rappresenta tuttavia l’ultima parola sulla vicenda. La legge è destinata a una battaglia giuridica che approderà presumibilmente alla Corte Suprema, dove i ricorsi già pronti ne contesteranno la costituzionalità e, soprattutto, la natura discriminatoria. L’architettura della norma, che esclude di fatto la propria applicazione ai cittadini israeliani accusati degli stessi reati, ne fa un caso giuridico-limite. I legali che preparano il ricorso parlano di un’apartheid giuridica, sostenendo che non esiste precedente in una democrazia occidentale di una legislazione sulla pena capitale che faccia esplicitamente riferimento all’identità nazionale o etnica dell’imputato.

Le parole di Wiesel, l’opposizione della comunità internazionale e il monito di Pizzaballa

Il dibattito, acceso fin dall’inizio, ha assunto toni aspri anche nella riflessione morale, richiamando voci autorevoli del passato. Nel 1989, quando erano trascorsi quarantaquattro anni dalla sua liberazione da Auschwitz, Elie Wiesel scrisse parole che oggi risuonano con una crudezza inquietante in questo contesto: «La morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme». Un monito che sembra essere stato rimosso dal dibattito politico israeliano, mentre le condanne internazionali si moltiplicano. Sia l’Unione Europea che le Nazioni Unite hanno espresso una protesta formale contro il provvedimento, giudicandolo un pericoloso precedente. In questa cornice si inserisce anche l’intervento del patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, il quale ha avvertito che l’introduzione della pena di morte non farà altro che alimentare un circolo vizioso: “Ci sarà più odio”, ha dichiarato, sottolineando come una legge che istituzionalizza la vendetta non possa che inasprire un conflitto già segnato da una violenza endemica.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.