Starmer sotto assedio a Downing Street, la resa dei conti con Streeting e il discorso del re che (forse) salva la premiership

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La domanda, secca e spietata – “Come ci tirerai fuori da questo caos?” – pende nell’aria umida e tesa dei corridoi di Westminster, mentre il primo ministro britannico, Sir Keir Starmer, si prepara a incassare un altro colpo basso dalla sua stessa guardia. Wes Streeting, ministro della Salute e suo potenziale factotum, gliela rivolgerà proprio in queste ore, prima ancora che le carrozze dorate inizino a sfilare per la cerimonia del Discorso del Re. Un faccia a faccia che profuma di ultimatum, anche se nessuno dei due, almeno per ora, osa chiamarlo con il suo nome; d’altronde, a Londra si sa, la cortesia delle buone maniere serve spesso a mascherare i coltelli meglio affilati.

Le macchinazioni di palazzo e il silenzio (costretto) della corona

La giornata di ieri, per Starmer, è stata un vero e proprio martedì nero: quattro ministri hanno impacchettato le poltrone, gettando la spugna con lettere di dimissioni che suonavano come sfide a viso aperto. Eppure, quella che sembrava una resa dei conti imminente si è trasformata in una tregua surreale, dettata più dal protocollo che dalla politica. Oggi è il turno di Carlo III, il sovrano che varcherà la soglia del Parlamento per leggere il programma legislativo del governo. Una messinscena antica, durante la quale la caccia grossa al leader laburista deve necessariamente fermarsi per non trasformare la Westminster Hall in un reality show di cattivo gusto. Buckingham Palace, a quanto pare, avrebbe gentilmente – ma fermamente – fatto sapere al numero 10 di non gradire che il nome del re venisse trascinato nel fango della guerriglia di partito. Così Streeting, che pure ha dalla sua un plotone di soldati pronti a muovere guerra, è costretto lealmente a tenere i denti stretti per non “distrarre Sua Maestà”.

I numeri della rivolta e la sfida del “non mi dimetto”

La geografia del potere, in queste ore, si misura in voti e in parlamentari. Da una parte ci sono loro, i ribelli: oltre ottanta deputati che chiedono a gran voce la testa del premier dopo le disastrose amministrative del 7 maggio, dove i laburisti hanno perso quasi mille e cinquecento seggi nei consigli locali. Un’emorragia che ha restituito una mappa politica frammentata come non mai, con Reform UK e i Verdi che rosicchiano consensi ovunque. Dall’altra parte c’è lui, Starmer, che blindato nel bunker di Downing Street risponde con una frase secca: «Il partito ha una procedura formale per contestare la leadership, e questa non è stata attivata. Il Paese si aspetta che continuiamo a governare, ed è esattamente quello che farò». Una classicissima mossa da braccio di ferro, dove Starmer alza la posta invitando gli avversari a osare di più: se mi volete fuori, sfidatemi ufficialmente, non limitatevi a brontolare nei corridoi. E mentre i fedelissimi certificano che oltre centodieci deputati lo sostengono ancora, i numeri sembrano tenere, anche se per il momento nessuno è in grado di dire per quanto.

L’agenda del re come scudo (provvisorio)

Se il primo ministro riesce a guadagnare tempo, lo deve soprattutto all’appuntamento di oggi. Il Discorso del Re, che solitamente rappresenta una semplice passerella di annunci istituzionali, si trasforma improvvisamente in un salvagente politico. L’opposizione interna non può permettersi di rovinare la copertina del sovrano con le proprie beghe, lasciando così a Starmer un’intera giornata di tregua mediatica. Tuttavia, dietro le quinte della cerimonia, il conto alla rovescia è già ricominciato. Le rivelazioni sul programma di governo – che includeranno oltre trentacinque nuove leggi su economia, energia e sanità – saranno giudicate con lente spietata dai contestatori. Per Streeting, che siede al tavolo dei ministri, non basteranno le belle parole; lui vuole risposte concrete, una road map che giustifichi la sua pazienza. Perché è appunto la pazienza l’unica risorsa che il partito laburista sembra aver esaurito, mentre l’ala ribelle attende solo la fine del verbale reale per sapere se tornerà a colpire.

Il destino di Keir Starmer, per il momento, resta sospeso tra le pieghe del cerimoniale e la spietatezza delle logiche di partito. Le quattro dimissioni sono solo il sintomo di una febbre molto più alta. E mentre oggi le trombe del re suoneranno a Westminster, il primo ministro sa che la vera musica, quella della resa dei conti definitiva, suonerà probabilmente domani, quando il voto di grazia del sovrano non sarà più un alibi per nessuno.

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