Marracash racconta Barona e il rap: “L’ansia è una bestia feroce”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Marracash torna a raccontare la Barona, il quartiere di Milano dove è cresciuto, e nel docufilm “King Marracash” ripercorre gli anni delle case popolari, delle regole della strada e delle esperienze vissute da adolescente senza trasformarle in un mito. Nel quartiere continuano a chiamarlo Fabio, come quando passava il tempo con ragazzi coinvolti nello spaccio e nei piccoli furti. Il rapper spiega di non essersi mai sentito un gangster “per aver spacciato o rubato quattro motorini”, perché in quel contesto certe situazioni erano considerate normali. Accanto a quella realtà, però, c’erano anche la scuola, la scrittura e la lettura, diventata un’abitudine perché rappresentava “un passatempo economico”.
Il racconto della Barona e la svolta con il rap
Nel docufilm diretto da Pippo Mezzapesa, in sala dal 25 al 27 maggio, Marracash descrive un’adolescenza segnata da amicizie difficili e dalla vicinanza a un ambiente legato allo spaccio. Racconta di aver trascorso ore con ragazzi che “tagliavano e impacchettavano la roba”, precisando di non conservare un ricordo positivo di quel periodo. Il rapper insiste sul fatto che non ci fosse nulla di glamour in quelle giornate passate chiusi in un posto per dieci ore consecutive. In quel contesto arriva poi il rap, indicato come il momento della svolta personale e artistica, insieme all’incontro con Guè, figura centrale nel suo percorso musicale e nella costruzione della sua identità artistica.
“King Marracash” sceglie di entrare dentro il mondo del rap senza trasformarlo in una leggenda costruita a distanza. Il film segue invece il rapporto tra periferie, rabbia, musica e crescita personale, inserendosi in una tradizione cinematografica che comprende titoli come “Wild Style”, “Boyz n the Hood”, “8 Mile” e “Straight Outta Compton”. Attraverso il racconto di Marracash emergono le difficoltà dell’adolescenza, la pressione dell’ambiente in cui è cresciuto e il modo in cui la scrittura ha rappresentato un’alternativa possibile. Il rapper ricorda infatti di essere stato bravo nei temi scolastici e di aver trovato nelle parole uno spazio diverso rispetto alla strada.
La fama, Elodie e il peso dell’ansia
Nel docufilm trova spazio anche la dimensione privata di Marracash, compresa la relazione con Elodie. Il rapper ricorda la storia nata sul set di “Margarita” definendola “una bella storia”, poi messa in discussione fino alla rottura raccontata simbolicamente nel videoclip di “Crazy Love”. Marracash rivela che dopo la separazione Elodie non gli avrebbe rivolto la parola “per quasi quattro anni” e collega quel silenzio a un periodo di riflessione personale sul significato dell’amore. Il racconto non resta confinato alla cronaca sentimentale, ma si intreccia con una fase più ampia della sua vita segnata da dubbi, isolamento e difficoltà interiori.
Tra i temi affrontati c’è anche il rapporto con la notorietà. Marracash descrive la fama come “il prezzo che pago” e parla di una sensazione di scollegamento che accompagna il successo. Nel racconto emerge inoltre l’ansia, definita “una bestia feroce”, insieme alle tensioni accumulate negli anni tra esposizione pubblica e vissuto personale. Il docufilm alterna così il racconto della periferia milanese, la crescita nel rap italiano e le fragilità che accompagnano il percorso dell’artista. Ne esce il ritratto di un percorso costruito tra esperienze dure, musica e ricerca di un equilibrio lontano dall’immagine stereotipata del rapper gangster.




