Marracash alla Barona, il re è tornato a casa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre a poche fermate di metropolitana, in una piazza Duomo mezza vuota, andava in scena una kermesse dai toni opposti, la periferia sud di Milano sceglieva la sua strada. Alla Barona, storico quartiere popolare scolpito nei testi di Fabio Rizzo – meglio noto come Marracash – si sono radunate oltre settemilaquattrocento persone. Non si è trattato di un concerto tradizionale, quello andato in scena in via Enrico De Nicola, quanto piuttosto di un vero e proprio rito di “restituzione”. L’artista, che lo stadio lo ha già riempito (e pure San Siro, come ha ricordato lui stesso dal palco), ha voluto portare la sua musica nel posto che lo ha formato, quel lembo di periferia dove la rabbia adolescenziale si trasforma in energia e, nel caso specifico, in progetti di riqualificazione sociale.
L’aspetto economico dell’operazione, va detto, non è secondario anzi, ne definisce la portata. Il ricavato dei biglietti – fissati a un prezzo “po-polare” di 25 euro con priorità di acquisto garantita ai residenti del Municipio 6 – è stato interamente devoluto a iniziative concrete. La cifra complessiva, che tra sponsor e contributi diretti ha superato abbondantemente i duecentotrentamila euro, servirà a risistemare i campetti dell’ex scuola media frequentata dal rapper. Una scelta, questa, che sposta l’asticella del gossip e la posiziona dove deve stare: sui fatti e sul valore tangibile del gesto artistico.
L’effetto sorpresa e il peso delle note
La serata, carica di quella tensione emotiva tipica dei ritorni a casa, ha però regalato al pubblico un’altra parentesi destinata a fare rumore. Sul palco, a sorpresa, è comparsa Elodie. Il duetto, eseguito sulle note di “Niente Canzoni D’Amore” (un brano che nel tempo è diventato il simbolo di una relazione intensa e ormai conclusasi tra il 2019 e il 2021), ha letteralmente fatto esplodere la piazza. I due artisti si sono scambiati uno sguardo e un abbraccio – seguito dal semplice “Ti voglio bene” della cantante – che ha cancellato, almeno per la durata del pezzo, qualsiasi distanza temporale. È inutile negarlo: per i fan presenti e per quelli connessi in diretta social, vedere quell’intesa sul palco della Barona ha rappresentato una sorta di “reunion” emozionante, seppur legittimata solo dalla potenza di quelle barre.
Ospiti e scaletta: quando la periferia diventa produzione
Non è stato solo l’evento clou della cronaca rosa a riempire la serata, però. Il “Marra Block Party” ha alternato sul palco giovani talenti del territorio – dai vari R1Mka a Y.E.B., passando per Abby 6ix – prima del momento clou con il “re”. E poi ci sono stati gli ospiti d’onore: Sfera Ebbasta si è unito a lui per “15 piani”, mentre la scaletta attingeva a piene mani dai brani che hanno segnato la storia del rap italiano. Da “Badadum Cha Cha” – il pezzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico – a “Bastavano le briciole”, fino a “Popolare” e “Sport”, l’ora e mezza di spettacolo ha funzionato come un viaggio nella memoria collettiva del quartiere. La presenza di un gazebo della Jonas Onlus, a sottolineare l’importanza del supporto psicologico (un tema che Marracash stesso ha dichiarato di avere a cuore), ha aggiunto un ulteriore livello di profondità a una manifestazione che, altrimenti, sarebbe potuta sembrare solo un grande intrattenimento.
Un messaggio senza filtri
La forza dell’evento, comunque, è stata la sua spontaneità. Niente scenografie eccessive, solo la strada, i palazzi, i balconi pieni di gente affacciata. Marracash, salendo sul palco, ha confessato un’emozione più grande di quella provata a San Siro, sottolineando come in quelle vie abitasse la sua vera origine. “Da piccolo ho fatto un sacco di cazzate, ero pieno di rabbia”, ha detto, interrompendosi tra una strofa e l’altra, “Pensavo che la vita mi avesse già condannato a un futuro prescritto. Poi ho capito che bisogna trasformare la rabbia in energia e assumersi le proprie responsabilità”. Una lezione, questa, che trasforma la cronaca di un concerto in un atto politico (nel senso più alto del termine) e sociale, restituendo dignità a quella “periferia” che tutto toglie ma a cui, per chi ne esce, tutto è dovuto.




