Superstudio si fa in tre tra Bovisa e Barona con SuperNova, SuperCity e SuperPlayground
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’operazione, per certi versi inedita nel panorama del Fuorisalone, arriva da chi da anni abita il distretto di Tortona: Superstudio design, che quest’anno decide di non limitarsi a riconfermare il proprio format, ma lo rinnova radicalmente ampliandone il raggio d’azione. Invece di un unico contenitore, neppure troppo identitario, ecco che ne spuntano tre – SuperNova, SuperCity e SuperPlayground – ciascuno pensato per offrire un palcoscenico specifico a target differenti. Una strategia, quella messa in campo dall’organizzazione, che mira a diversificare il più possibile l’offerta e a potenziare le diversità, lasciando emergere tanto i grandi brand quanto i progettisti meno noti, o comunque quelli ancora in cerca di visibilità.
Le tre polarità e la geografia milanese
Se SuperNova punterà tutto su una vocazione più curatoriale e sperimentale, non è un caso che venga collocata in un’area come la Bovisa, storicamente legata a facoltà di design e a linguaggi di frontiera. SuperCity, invece, si posizionerà nella Barona, un quartiere che negli ultimi anni ha saputo attrarre iniziative culturali ibride, e il suo focus sarà sulla relazione tra design e spazio urbano – un tema, quest’ultimo, che ciclicamente ritorna nel dibattito di settore. Resta poi SuperPlayground, il cui nome evoca già una certa leggerezza: una polarità dedicata a un pubblico più ampio, dove l’interazione e l’installazione partecipativa faranno da padrone. Tutte e tre le location, va detto, sono fisicamente distanti dal tradizionale asse Tortona-Savona, segno che l’ampliamento non è solo metaforico ma geografico.
La qualità curatoriale al posto della quantità
Dietro questa scelta – che qualcuno potrebbe definire rischiosa, trattandosi di disperdere la propria forza in più punti della città – c’è una precisa volontà: quella di alzare l’asticella della qualità curatoriale, evitando l’effetto fiera o la semplice aggregazione di stand. Ogni tappa dovrà raccontare qualcosa di diverso, e lo dovrà fare con un’identità riconoscibile. Gli emergenti, per esempio, troveranno in SuperNova uno spazio meno intimidatorio dei grandi padiglioni, mentre i marchi più strutturati potranno permettersi il lusso di allestire interventi complessi in SuperCity, magari dialogando con il tessuto sociale e architettonico del quartiere. Ne beneficia, in ultima analisi, il visitatore della Design week: non più un unico grande contenitore da esaurire in poche ore, ma un itinerario ragionato tra periferie e centralità diverse.
Un’operazione che guarda al futuro del Fuorisalone
Il momento scelto per questa trasformazione non è causale. Siamo ormai nel 2026, il calendario degli eventi milanesi si è stabilizzato dopo anni di alti e bassi post-pandemici, e la Design week stessa è diventata un fenomeno di massa che rischia la saturazione. Frammentare l’offerta – come tenta di fare Superstudio – potrebbe rivelarsi una risposta intelligente alla stanchezza di chi, dopo quattro giorni di installazioni e code, cerca ancora un senso nel caos. Non si parla, in questo caso, di semplice marketing territoriale: si parla di ridisegnare il ruolo di un operatore storico, che sceglie di non imporre un unico tema o una formula, ma di lasciare che siano le diversità dei target a generare il racconto. E se la scommessa funzionerà, altri distretti potrebbero seguirne l’esempio, magari già nell’edizione 2027. Per ora, resta da vedere come il pubblico accoglierà questo Superstudio a tre voci.




