Bonvi, trent'anni dopo: la satira disegnata che seppellì la paura

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un tratto sottile, a volte impercettibile, che separa il grottesco dal tragico, una linea che Franco Bonvicini, in arte Bonvi, ha percorso con l’agilità di un funambolo per quasi tre decenni. Nato a Modena nel 1941, ma da sempre bolognese d’adozione e di spirito, l’autore seppe distillare nell’inchiostro di China un umorismo unico, che trasformava gli orrori bellici in una farsa tragicomica universale. Le sue Sturmtruppen, esordite nel 1968, non furono semplicemente una geniale satira militare: costituirono una vera e propria rivoluzione nel panorama del fumetto italiano, essendo le prime strisce quotidiane pensate per i giornali, un formato che poi molti avrebbero imitato. La guerra, quell’evento storico così ingombrante e doloroso, veniva ridotta all’assurdo attraverso soldati goffi, ordini incomprensibili e esplosioni che si risolvevano in una nuvola di retini, in una risata che, come ebbe a dire qualcuno, avrebbe potuto seppellire tutti.

Il successo di quel mondo popolato da militari senza volto, resi anonimi dagli elmetti, travalicò rapidamente i confini nazionali, arrivando a essere tradotto in undici lingue. Fu un caso editoriale senza precedenti, tanto che le avventure di quelle truppe d’assalto approdarono persino nell’allora Unione Sovietica, divenendo il primo fumetto straniero a essere pubblicato ufficialmente in russo. Un traguardo che parla da solo della potenza di un linguaggio visivo e umoristico capace di superare qualsiasi cortina, di ferro o di retorica che fosse. La sua attività, del resto, non si esauriva nelle trincee disegnate: Bonvi fu un creativo a trecentosessanta gradi, animatore, con altri illustri compagni di strada come Francesco Guccini e Red Ronnie, di esperienze radiofoniche pionieristiche che contribuirono a forgiare l’immaginario collettivo di un’epoca. Il suo estro si riversò anche in serie come Nick Carter e Cattivik, l’antieroe maldestro, dimostrando una versatilità che pochi autori hanno saputo eguagliare.

La sua esistenza, segnata da una vena di malinconia che alcuni colleghi e amici hanno più volte sottolineato, si interruppe bruscamente e tragicamente il 10 dicembre del 1995, a Bologna, in seguito a un incidente stradale. Aveva solo cinquantaquattro anni. La notizia della sua scomparsa giunse, per molti, come un colpo improvviso, una telefonata nella quale un tono di voce alterato bastava a comunicare l’irreparabile. La sua morte prematura lasciò un vuoto profondo nel mondo della cultura popolare e della satira disegnata, un rammarico per la perdita di quella che è stata definita una “creatività analogica”, fatta di carta, pennini e un’inesauribile capacità di osservazione. A distanza di trent’anni, il ricordo di Bonvi è custodito non solo nelle raccolte delle sue strisce, ma anche in tributi televisivi e nella memoria di chi, come SilverGuido Silvestri, creatore di Lupo Alberto –, lo riconosce come un maestro e il primo fumettista a essere considerato, a tutti gli effetti, un autore.

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