Truffa informatica all'Opera del Duomo di Firenze, blitz in sette province
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Redazione Interno
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Un’operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla procura di Brescia, ha portato all’esecuzione di nove fermi di indiziati di delitto, colpendo una rete criminale internazionale che ha truffato l’Opera di Santa Maria del Fiore, la onlus che gestisce il complesso monumentale del Duomo, del Battistero e del Campanile di Giotto. L’attività illecita, che si è sviluppata attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti e il successivo riciclaggio del denaro, ha raggiunto, secondo le prime stime, un ammontare di circa trenta milioni di euro in soli sei mesi, di cui una parte, pari a un milione e settecentomila euro, è stata sottratta direttamente all’ente fiorentino. Gli indagati, cittadini italiani, albanesi, cinesi e nigeriani, sono ritenuti responsabili di aver dirottato i pagamenti destinati a un fornitore dell’Opera, il quale, in buona fede, credeva di accreditare i propri compensi mentre invece riversava le somme su conti bancari controllati dall’organizzazione.
Il meccanismo della frode e il ruolo delle fatture false
Il perno della frode, come illustrato dalle autorità giudiziarie che hanno coordinato l’inchiesta, è consistito in una sofisticata manipolazione informatica delle comunicazioni, attraverso la quale i criminali sono riusciti a intercettare e alterare le comunicazioni via email tra l’Opera del Duomo e una sua impresa fornitrice. Il procuratore capo di Brescia ha chiarito il meccanismo, spiegando che i pagamenti, deviati su Iban esteri ma intestati a società fittizie con nomi simili a quelli del vero creditore, sono stati poi sottoposti a una complessa operazione di smistamento e riciclaggio. Questo passaggio, fondamentale per rendere illecitamente fruibili le ingenti somme, è avvenuto attraverso una fitta rete di emissione di fatture per operazioni commerciali del tutto inesistenti, le quali, fornendo una copertura formale ai movimenti di denaro, ne hanno mascherato la provenienza fraudolenta.
I sequestri e la geografia dell’indagine
Nel corso del maxi-blitz, eseguito nelle prime ore del mattino dalle squadre della mobile, sono state perquisite una serie di abitazioni e sedi aziendali dislocate in sette diverse province, da Brescia a Vicenza, da Milano a Prato, fino a Bergamo, Lodi e Rieti, dimostrando la ramificazione interregionale del gruppo. Nell’ambito delle stesse operazioni, gli agenti hanno proceduto al sequestro di circa mezzo milione di euro in contanti, denaro che si ritiene essere il provento immediatamente disponibile dell’attività criminale. La vastità del raggio d’azione, che tocca varie nazionalità e un ampio territorio, sottolinea la natura articolata di un sistema che, sfruttando le vulnerabilità del circuito dei pagamenti digitali e la facilità di costituire società di comodo, è riuscito a produrre un danno economico di dimensioni considerevoli in un lasso di tempo relativamente breve.
Il quadro giudiziario e le accuse
Le accuse formulate dalla procura bresciana contro i nove fermati, e verso un ulteriore soggetto ricercato, spaziano dalla truffa aggravata per il fatto di aver ingannato l’ente culturale, all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, fino ai reati di riciclaggio e autoriciclaggio, quest’ultimo configurandosi quando alcuni degli indagati avrebbero riciclato denaro di cui erano essi stessi gli autori del precedente reato. L’inchiesta, partita proprio dalla segnalazione dell’Opera del Duomo dopo la scoperta della sottrazione, ha potuto ricostruire l’intera filiera criminale, dalla fase iniziale della frode informatica a quella finale del ripulimento del capitale, senza che, al momento, emergessero collegamenti diretti tra i membri della rete e l’ente frodato o i suoi fornitori, se non quello puramente strumentale creato attraverso l’hacking delle comunicazioni email.




