Un testimone a Milano e le carte dimenticate: il caso di Denise Pipitone torna a riaffiorare dopo ventuno anni
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Redazione Interno
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La scomparsa di Denise Pipitone, la bambina di quasi quattro anni svanita nel nulla a Mazara del Vallo il primo settembre del 2004, potrebbe aver trovato nelle pieghe di una pratica giudiziaria dimenticata un nuovo, potenziale punto di ripartenza. È in questi termini che la criminologa Antonella Delfino Pesce, già nota per il suo ruolo determinante nella riapertura delle indagini sull’omicidio di Nada Cella, ha portato all’attenzione pubblica l’esistenza di un testimone mai ascoltato. L’uomo, un residente di Milano che per oltre due decenni non ha mai varcato la soglia di un ufficio inquirente per riferire circostanze di cui sarebbe a conoscenza, si è detto ora pronto a parlare, spinto da un’esigenza di chiarezza che la criminologa ritiene non più procrastinabile.
Il palcoscenico di questa rivelazione è stato la trasmissione “Scomparsi”, in onda sul canale 122 Fatti di Nera, dove la Delfino Pesce ha illustrato il lavoro certosino di rilettura condotto su ogni singolo fascicolo. Un’analisi che, come lei stessa ha tenuto a sottolineare, non si è limitata a riesumare vecchie carte, ma ha cercato di dare voce a chi, in tutti questi anni, era rimasto in silenzio, una presenza fantasma nell’inchiesta la cui testimonianza potrebbe ora intersecarsi in maniera dirompente con le ricostruzioni processuali già consolidate. L’appello che ne è scaturito, rivolto direttamente ai magistrati della Procura di Marsala, sollecita un confronto immediato, un incontro che la criminologa definisce potenzialmente come il momento più opportuno per vagliare questi nuovi elementi.
Una voce esterna e il peso delle vecchie segnalazioni milanesi
L’emergere di questo nuovo testimone, la cui identità e il cui potenziale contributo restano avvolti nel massimo riserbo in attesa di un eventuale riscontro giudiziario, riporta tuttavia i riflettori su un capitolo specifico e controverso delle prime fasi dell’inchiesta, quello legato proprio alla città di Milano. La mente corre inevitabilmente a fine ottobre del 2004, quando una guardia giurata, Felice Grieco, notò nei pressi di una banca un gruppetto di persone, verosimilmente di etnia rom o sinta, tra le quali spiccava una bambina di circa quattro anni.
La piccola, eccessivamente imbacuccata per la stagione e con un’intonazione dialettale che all’orecchio del vigilante sembrava inequivocabilmente riferibile alla zona di Mazara del Vallo, venne ripresa con un telefonino a conchiglia, in un filmato di bassa qualità ma di straordinaria potenza evocativa. “Dove mi porti?”, chiedeva la bambina alla donna che la teneva con sé, e quella domanda, rimbalzata per anni tra programmi televisivi e articoli, divenne il simbolo di una pista, quella settentrionale, che pure venne battuta senza portare a risultati certi. A questa si aggiunse, nello stesso torno di tempo, la segnalazione di una donna di etnia rom residente a Bergamo, la quale contattò le forze dell’ordine per riferire di una bambina italiana, priva di legami di parentela, ospitata in una casa da lei conosciuta; un’altra traccia che, nonostante alcuni sopralluoghi, non si tradusse mai in un vero e proprio avanzamento investigativo.
L’analisi delle carte e le incongruenze da verificare
Il lavoro della criminologa Delfino Pesce, che ha già portato alla presentazione di istanze di riapertura del caso in passato insieme ad altri consulenti, non si limita dunque all’acquisizione di questa nuova dichiarazione, ma si concentra su un confronto serrato tra la versione del testimone e le deposizioni acquisite all’epoca. “Ci sono elementi che vanno in contrasto con le deposizioni processuali dell’epoca. Gli orari, la scena del crimine… tutto può cambiare”, ha affermato la criminologa, suggerendo che l’assunto su cui si sono basati i processi, conclusisi con assoluzioni, potrebbe vacillare di fronte a una rilettura critica dei fatti supportata da elementi nuovi.
Non si tratta, nelle sue parole, di generiche suggestioni, ma di una relazione dettagliata che aspetterebbe solo di essere attentamente vagliata dalla Procura, una relazione che contiene la voce di chi, per oltre vent’anni, non è mai stato sentito. L’auspicio, adesso, è che i magistrati di Marsala accolgano la richiesta di un confronto per stabilire se questi frammenti di verità, emersi dall’ombra e dal silenzio di un archivio, possano finalmente comporsi in un quadro che giustifichi una nuova, complessiva indagine su una delle pagine più dolorose e irrisolte della cronaca italiana.




