Nada Cella, dopo trent'anni una condanna per l'omicidio di Chiavari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un filo, tenacemente riannodato dopo quasi tre decenni, ha ricondotto alla responsabilità penale di una donna la morte violenta di Nada Cella, uccisa il 6 maggio del 1996 nello studio di via Marsala a Chiavari. La Corte d’Assise di Genova, giovedì scorso, ha scritto un capitolo decisivo in una vicenda che per lungo tempo era sembrata destinata all'oblio dei cold case, condannando Anna Lucia Cecere a ventiquattro anni di reclusione. Un percorso investigativo e giudiziario, il cui esito è stato reso possibile anche dal contributo determinante di Silio Bozzi, storico dirigente della Squadra mobile di Pesaro, il quale, pur non essendo più in servizio attivo, ha fornito un supporto fondamentale alle indagini. La sua esperienza, unita a una meticolosa rilettura degli atti, è stata una delle componenti che hanno permesso di superare lo stallo in cui versava il fascicolo.

Il buco nero di trent'anni e la svolta inattesa

Per Silvana Smaniotto, la madre della vittima, gli anni trascorsi dall’omicidio della figlia hanno rappresentato un vero e proprio “buco nero”, un tempo sospeso nell’assenza di verità e giustizia, spezzato infine da una luce inaspettata. Quella luce ha il volto e la determinazione della criminologa Antonella Delfino Pesce, la quale, studiando a fondo il caso, ha individuato un dettaglio sfuggito nelle fasi precedenti delle indagini. “Andai a trovarla e Anna Lucia Cecere si tradì”, ha raccontato la stessa Delfino Pesce, riferendosi all’incontro che ha segnato la svolta decisiva e portato alla riapertura delle indagini. La criminologa, veterinaria e genetista, ha sottolineato con toni pacati ma fermi che non si tratta di soddisfazione: “Io, la mamma e tutti quelli che hanno lottato per la verità, tiriamo un respiro di sollievo. Ma non si può gioire. Qui è morta una ragazza e la vita della mamma è stata distrutta”.

L'alibi che vacilla e il silenzio del dentista

Uno degli elementi cardine dell’impianto accusatorio, che ha portato alla condanna, è stato il crollo dell’alibi presentato dalla Cecere. La donna si era sempre dichiarata innocente, affermando di non poter essere materialmente a Chiavari al momento del delitto perché impegnata nelle pulizie nello studio dentistico di Paolo Pendola, a Santa Margherita. Un’asserzione che, all’epoca dei fatti, era stata accolta come plausibile. Tuttavia, nel corso del nuovo processo, quell’alibi è venuto meno. Il dottor Pendola, intervistato dopo la sentenza, ha ribadito quanto già dichiarato in aula sotto giuramento: “La Cecere poteva venire a pulire lo studio evidentemente solo quando non c’ero, e non ho memoria di averla vista quel giorno”. Una testimonianza che ha privato la difesa di un punto di appoggio fondamentale, lasciando senza copertura temporale la posizione dell’imputata.

La persistenza della memoria e la ricerca di giustizia

La vicenda giudiziaria legata alla morte di Nada Cella dimostra, al di là dell’esito del primo grado di giudizio, come la persistenza della memoria familiare e il lavoro di professionisti dedicati possane riaccendere i riflettori su verità sepolte dal tempo. Silio Bozzi, con la sua esperienza maturata in anni di servizio nella Mobile, ha rappresentato una di queste figure, lavorando spesso dietro le quinte. Lo stesso Bozzi, in una recente dichiarazione, aveva confidato: “Ho risolto il caso Nada Cella, ma ora ho paura di chi l'ha uccisa. Tante richieste per altri delitti irrisolti, due sono già in mano alla procura”, segnalando come la soluzione di un mistero possa talvolta aprire scenari complessi e sottolineando l’impegno profuso su altre indagini in stallo. Il procedimento, ora, attende il suo naturale percorso in sede di appello, mentre per la famiglia di Nada si chiude una prima, lunga fase di attesa.

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